La Madonna della cintura della Confraternita di Crescentino

marzo 15, 2013

La Madonna della cintura della Confraternita di Crescentino

In occasione della XXI Giornata del FAI (Fondo Ambiente Italiano), che si terrà il 23 e 24 Marzo prossimo, alcune classi del «Calamandrei» di Crescentino, guidate dai rispettivi insegnanti, hanno visitato la chiesa della Confraternita di san Giuseppe, allo scopo di documentarsi in merito all’architettura, ai dipinti e in generale su tutto ciò che riguarda il culto legato a tale monumento. Ciò per potersi trasformare in «ciceroni per un giorno» e illustrare il monumento a chi, crescentinese e non, vorrà visitare la chiesa nelle suddette giornate di primavera del FAI. L’attenzione del gruppo di allievi da me seguito si è concentrata, oltre che sulle numerose reliquie che la confraternita possiede – scrupolosamente inventariate da Alessandra Cesare a partire da documenti d’archivio (Confraternita di San Giuseppe. Proposta per una visita guidata, Crescentino 2007) – sulla statua della Madonna che tiene in braccio il bambino sorreggendolo col braccio sinistro, mentre nella mano destra, protesa in avanti, tiene una cintura di colore scuro. Si tratta di una delle numerosissime rappresentazioni, che vanno dal XV al XX secolo, della Madonna della cintura. Il culto della Madonna che tiene in mano, o porge a qualche altro personaggio raffigurato accanto a lei, la sua cintura, risale al Medioevo, quando a Prato, presso Firenze, compare una strana reliquia: la cintura della Madonna (una delle molte) che si vuole portata lì da un certo Michele Dagomari, pellegrino e mercante in Oriente, intorno al 1140. Secondo una tradizione, che si richiama ad alcuni testi apocrifi, Maria, al momento della sua assunzione in cielo, avrebbe donato la sua cintola a san Tommaso, miracolosamente presente all’evento. Il testo in questione è la Transitio della Beata Vergine Maria, composta intorno al 550. Siamo andati a consultare il testo e ci siamo accorti che la cosa non è così scontata: è detto che «dal cielo fu gettato al beato Tommaso il cordone con il quale gli apostoli avevano legato il corpo santissimo». Pare che il riferimento sia piuttosto ad un oggetto del corredo funebre (l’uso di legare o fasciare le salme è molto antico), piuttosto che ad un indumento, una cintura appunto. Forse la confusione deriva dal fatto che, sempre lo stesso testo, definisce l’oggetto in questione come «cordone che la cingeva». Anche in questo caso però ci è parso un po’ forzato leggere «cintura».

Un’altra tradizione, particolarmente diffusa attraverso dipinti fin dal XVI secolo, è quella che vuole che la cintura sia stata donata a santa Monica da Maria, madre di Agostino, durante un’apparizione. Nelle Confessioni, opera in cui Agostino parla a lungo della madre e della sua profonda devozione, non vi è traccia di tale evento. Chi ne fa menzione è Giuseppe Riva nel suo Manuale di Filotea, del XIX secolo, nel quale si legge: «La madre di S. Agostino. S. Monica. Fatta vedova del suo consorte Patrizio, e risoluta di imitare Maria SS. ma anche nell’abito, la pregò di farle conoscere come avesse vestito nei giorni della sua vedovanza, specialmente dopo l’Ascensione di Cristo al cielo. La B. Vergine non tardò a compiacerla. Le apparve poco dopo coperta di un’ampia veste che dal collo le andava ai piedi, ma di stoffa così dozzinale, di taglio così semplice, di colore oscuro che non saprebbe immaginare abito più dimesso e penitenziale. Ai lombi era stretta da una rozza cintura di pelle che scendeva fin quasi a terra, al lato sinistro della fibbia che la rinfrancava. Indi slacciandosi di propria mano la cintura, la porse a S. Monica, raccomandandole di portarla costantemente, e di insinuare tale pratica a tutti i fedeli bramosi del suo speciale patrocinio. Il primo ad approfittarne fu il figlio S. Agostino e da lui venne in seguito a diffondersi in ogni ceto di fedeli, specialmente per opera del benemerito Ordine Agostiniano, la cui regola, con poche modificazioni divenne comune a tutti gli ordini religiosi della vita attiva che furono più tardi istituiti». Che il culto della sacra cintura sia particolarmente diffuso fra gli agostiniani già dal XVI secolo è un dato di fatto. Nella seconda metà del secolo, a Milano, nacque la Confraternitas Cinturatorum proprio su impulso degli agostiniani, appoggiati dal movimento controriformista che faceva capo a Carlo Borromeo. Probabilmente è dalla Lombardia che il culto della Madonna della cintura si è diffuso a Crescentino; ciò è provato anche dal fatto che la Chiesa della Confraternita di San Giuseppe raccoglie, tra le varie immagini di santi, proprio quelle di santa Monica e sant’Agostino, dei quali custodisce anche reliquie.

Sulla questione delle fonti storiche del culto della cintura mariana ci sentiamo dunque di dover concludere, con Giovanni Paolo II, che si tratta di una «tipica manifestazione della pietà popolare […]che testimonia della costante ed intensa devozione dei fedeli verso la Vergine Maria». Non ci siamo però fermati qui; ci siamo chiesti quale messaggio possa veicolare l’immagine della Madonna che tiene in mano o porge ad altri la sua cintura. Abbiamo scoperto che in diverse bibbie moralizzate e in alcuni manoscritti del Decretum Gratiani sono riportate miniature, scene figurative in cui compare la cintura in diversi contesti: indossata e/o stretta ai fianchi, donata o negata ad altri, in alcuni casi, contesa. Spesso i personaggi che compongono la scena sono un uomo e una donna; ci ha colpito in particolare la scena di Amnon che seduce Thamar, nella quale Thamar porge la sua cintura al fratello Amnon mentre lui le dà un dono. Dalle scene che abbiamo potuto analizzare ci pare di poter dire che nel Medioevo la cintura era simbolo della purezza, della verginità e della castità: purezza o verginità donata o rubata/violata, oppure mantenuta ben stretta ai fianchi (si pensi alle cinture di castità). Quale simbolo più compatibile con la vergine per eccellenza, la Madonna? Il gesto mariano di porgere la cintura o ostentarla (come nel caso della nostra Madonna della Confraternita di San Giuseppe) sarebbe la manifestazione di uno degli attributi più caratteristici della madre di Cristo: la sua verginità, che indica come strada da seguire. Forse la sensibilità di un devoto moderno fatica a cogliere un simile messaggio, ma per l’immaginario religioso medievale il messaggio era immediato ed evidente e non preoccupava il fatto che la cintura fosse usata simbolicamente anche in contesti non sempre religiosi.

«La Gazzetta», Crescentino, 13 marzo 2013, anno 8, n. 10, p. 28 (pubblicato con tagli redazionali).

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