Santi per strada nel vercellese

novembre 10, 2008

Il mio intervento va visto come un’appendice alla relazione di Fabrizio Vanni sulla famiglia di Riccardo di Sassonia e sulla santità, sua e dei tre figli (Wynnebald, Willibald e Warburga), legata alla pratica del pellegrinaggio. Sarà mio compito cercare di individuare, nella realtà vercellese, la presenza di santi, in qualche modo, legati alla pratica del pellegrinaggio o, in senso più ampio, la cui santità abbia una fondamentale connessione con la strada, il percorso devozionale; non solo nel senso, abbastanza scontato per un santo medievale, che la sua fama abbia catturato la devozione delle masse attirandole a sé, presso la sua «casa», presso il santuario dove erano conservate le reliquie; bensì nel senso che il santo stesso in qualche modo ha percorso le vie di pellegrinaggio del tempo, legando la propria santità e la propria fama, o parte di esse, proprio alla realtà della strada ed alla pratica del pellegrinaggio. Mi limiterò pertanto ad una comunicazione consistente in una elencazione di casi di santi che in qualche modo hanno avuto rapporti con l’area sud piemontese e vercellese in particolare, dando per scontate e condivise le conclusioni generali alle quali Fabrizio Vanni è pervenuto nel corso della sua relazione sui santi pellegrini e sui rapporti instaurati da essi con la realtà della strada.

Santo pellegrino vercellese – anche se non di origine – per eccellenza, è san Bononio[1], alla guida di San Michele di Lucedio[2] da poco prima del 997 fino all’anno della sua morte, 1026, con una breve interruzione a causa di un esilio a Marturi, in Toscana, assieme ad un gruppo di suoi monaci, negli anni tra il 997 e il 1001, in seguito alla morte violenta del vescovo Pietro, che lo aveva voluto abate a San Michele.

Bononio è definito, dal Lezionario di Benedetto XIV, «abbas monacorum peregrinorum». Probabilmente questa definizione allude all’esilio toscano; ma l’intera vita di Bononio è un continuo peregrinare. Potremmo dire che la sua primissima formazione è stata tale da orientarlo verso la strada e la devozione del pellegrinare. Bononio è oblato nel monastero di Santo Stefano a Bologna, un centro monastico che doveva avere un forte senso della devozione dei luoghi sacri, tanto da dotarsi, già dall’XI secolo, di una riproduzione del «Sepolcro di Cristo» e di meritare negli anni l’appellativo di sancta Jerusalem bononiensis, per l’adeguamento dei propri spazi monastici alle architetture e alla memoria dei luoghi santi di Gerusalemme[3]. Forse è proprio questa formazione che, nel momento in cui decide di intraprendere «una vita più eccellente», lo induce a scegliere la vita eremitica in una località alquanto lontana da Bologna: Babilon, presso Alessandria d’Egitto[4]. Qui si costruisce subito fama di santità, tanto da essere rispettato e considerato dalle autorità locali, che lo lasciano libero di fondare cenobi e diffondere il credo cristiano. E’ qui che compie il suo primo miracolo: mentre si trovava, guarda caso, in viaggio verso Alessandria, su una nave di mercanti, una violenta tempesta minaccia di affondare la nave. Sarà la sua intercessione presso Dio a scongiurare il pericolo[5]. Durante questo suo eremitaggio errante che incontrerà, come detto alla nota 2, dopo il 982, Pietro, vescovo di Vercelli, prigioniero in Egitto in seguito alla disfatta cristiana della battaglia di Capo Colonne. Bononio si adopererà per la sua liberazione e accompagnerà il gruppo di prigionieri liberati lungo un tratto del viaggio di ritorno.

«San Bononio, salito sulla nave, raggiunse Gerusalemme e, proseguendo il cammino, pose la sua dimora sul monte Sinai affinché, come Mosè un tempo vi aveva ricevuto la legge di Dio, nello stesso luogo il confessore di Cristo sarebbe riuscito ad avere la grazia dello Spirito santo»[6].

Nuovamente Bononio cerca di perfezionare la sua santità andando pellegrino nei luoghi santi, un pellegrinaggio estremo, che nelle sue intenzioni doveva portarlo a vivere stabilmente sul Monte Sinai. Non sarà così. Pietro, come già detto, lo vuole abate di San Michele di Lucedio. Questo lo porterà a rinunciare alla sua vita di pellegrino? Ad appendere bisaccia e bordone al chiodo? Per nulla. Abbiamo già accennato al fatto che dopo la morte di Pietro, in seguito al riaccendersi di tensioni interne al cenobio lucediense, sulle quali l’agiografo di Bononio preferisce sorvolare, ma che si intuisce essere legate al fatto che nel monastero di San Michele esisteva una fazione arduinica tutt’altro che insignificante, è costretto a rifugiarsi in Toscana, dove rifonderà il monastero di Marturi, sotto la protezione del marchese Ugo di Tuscia, alleato della fazione imperiale[7]. Ma neppure nei momenti di pace Bononio offre un immagine di abate sedentario, dedito al capitolo e alla cura della vita interna al suo cenobio. Il suo agiografo, narrando di un miracolo, ci dice che mentre «si trovava in viaggio, con il suo seguito, nell’interesse del monastero», è ospite in una casa contadina e si adatta a dormire su un vasculum per fare il pane (piano di impasto, forse di forma concava)[8]. Da buon pellegrino Bononio ha mantenuto una buona capacità di adattamento. Del resto anche una tradizione orale lo vuole eremita in quei di Settimo Rottaro, presso Ivrea, tra il 1009 e il 1014, dove avrebbe anche liberato la popolazione locale da un drago[9].

Come si vede, la santità di Bononio è strettamente intrecciata alla devozione del pellegrinaggio e della ricerca di luoghi santi o perché teatro di eventi biblici importanti o perché lontani dalla mondanità e adatti alla meditazione e all’ascesi eremitica.

Altro santo pellegrino, questa volta originario di Vercelli, è Guglielmo da Vercelli, rampollo di una nobile famiglia di cui il suo agiografo tace o non conosce il nome[10]. Guglielmo in giovanissima età, intorno al 1085, compie un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela, a testimonianza di come la nostra zona sia stata ben inserita nei circuiti dei pellegrinaggi maggiori. Egli parte da Vercelli per la Galizia «con solo un mantello, e a piedi nudi», pervaso dal «desiderio di visitare le sacre Reliquie»[11]. Una devozione del pellegrinare in piena regola, secondo i modelli tipici della religiosità popolare. Come per Bononio, la pratica devota del pellegrinare lo rende degno di ammirazione: un fabbro, dal quale avrà ospitalità durante il suo viaggio, gli offre di occuparsi, in quanto lo reputa ampiamente degno[12], di una chiesa che intende edificare, unitamente ad un ospizio per pellegrini, lungo il cammino per San Giacomo. Guglielmo rifiuta, in virtù del fatto che «fin da piccolo ho desiderato di pellegrinare visitando Santuari» e, per accontentare il suo ospite, che in qualche modo vuole essere benevolo nei suoi confronti, chiede che gli forgi un cilicio di ferro da portare su di sé come ulteriore penitenza[13].

Di ritorno da San Giacomo decide di raggiungere Gerusalemme e pertanto si dirige verso il sud dell’Italia, probabilmente per imbarcarsi a Brindisi per la Terra Santa[14]. Questa volta però il viaggio di Guglielmo va a rilento: a Melfi, sotto la guida di un certo Ruggero, si dedica agli studi biblici, colmando le sue lacune in letteratura; poi si sposta in un paese vicino a Melfi, Solicolo, in casa di un certo Pietro, dove per due anni conduce vita ascetica. Qui compie il suo primo miracolo: la guarigione di un cieco.

Si sarebbe tentati di pensare che lo studio della sacra scrittura sostituisca in Guglielmo la devozione del pellegrinare, che in tal modo verrebbe vista quasi come una forma di devozione inferiore e rozza rispetto alla meditazione biblica. Ma non è così per la mentalità medievale. L’agiografo di Guglielmo ci ammonisce dal trarre simili conclusioni dicendo: «Non venga in mente ad alcuno che il santo uomo venuto nella Puglia con sì grande desiderio di passare il mare, si fosse raffreddato nel proposito del santo viaggio, anzi la brama n’era viva»[15]. La devozione del pellegrino medievale, che spesso fa confusione tra materiale e spirituale, manifestandosi in modi e forme che spesso, alla luce di una mentalità moderna, possono apparire grossolanamente materialiste, (culto delle reliquie, miracolistica, ecc.) non è per nulla una forma di devozione inferiore né tanto meno grossolana.

Neppure l’incontro con Giovanni da Matera, che gli profetizza che non porterà a termine il suo proposito di pellegrino in Terra Santa, in quanto Dio ha altri progetti per lui (lo vuole pastore d’anime), lo distoglie dal suo intento. Sarà solo quando, presso Oria, incontra dei briganti di strada e viene assalito e malmenato che Guglielmo «riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno»[16].

Si dedicherà alla vocazione eremitica in modo esclusivo e fonderà la congregazione di Montevergine, che fa capo al complesso abbaziale ed al santuario situati nel massiccio montuoso del Partenio nella Valle dell’Irpinia (nei pressi di Avellino).

Un’altra santità, quella di Guglielmo, acquisita anche, se non esclusivamente, con la pratica del pellegrinaggio.

Accenniamo rapidamente a san Bovo, anche lui santo eremita e pellegrino, nonché patrono di Voghera, dove muore, durante uno dei suoi pellegrinaggi annuali a Roma, nel 986[17]. Non perché non significativo nell’ambito della categoria dei santi pellegrini, ma perché non si hanno indicazioni certe che abbia attraversato la nostra zona. Il fatto di essere morto a Voghera ci induce a pensare che usasse come via per Roma la «strada di Saint. Gilles», menzionata da Nikulas di Munkathvera e poi parzialmente descritta nei secoli successivi dal Diario di viaggio dell’arcivescovo di Rouen Eudes Rigaud, del 1254 e da quello di Barthélemy Bonis, che si reca a Roma per il Giubileo del 1350. Si tratta di un percorso che, riutilizzando tratti di strada romana, si staccava da quello proveniente dal Moncenisio a Torino e, attraverso Moncalieri, passava per Villanova d’Asti, Asti, Alessandria, Tortona, Voghera e, evitando Pavia, si innestava sul percorso per Roma, come appunto ricorda Munkathvera, all’altezza di Piacenza. Ciò detto anche se pare che Bovo, quale protettore degli animali domestici abbia, nel passato, avuto un certo culto anche nel vercellese e nel novarese[18].

Un cenno anche ad Amelio e Amico, le cui reliquie sarebbero state conservate a Sant’Albino, presso Mortara, sulla via da Vercelli a Pavia, in quanto in loro non è così esplicita e dichiarata la vocazione del pellegrino, anche se sono definiti «romei» dalle fonti agiografiche[19]. Santi d’oltralpe, attraversano la nostra zona giovanissimi per andare a ricevere il battesimo a Roma, dal Papa. Si incontrano a Lucca e nasce tra loro una profonda amicizia che li legherà per tutta la vita e anche dopo la morte (le loro sepolture si ricongiungono miracolosamente). In diverse occasioni saranno di passaggio nella nostra zona, fino a morire presso Mortara combattendo nelle fila dell’esercito di Carlo Magno, in guerra coi Longobardi[20]. La loro vita, come emerge da fonti agiografiche ed epiche, è un’interessante fusione di temi classici e popolari[21], che può essere una significativa conferma della ben nota tesi di Joseph Bédier che, all’inizio del secolo scorso, considerava monaci, giullari e pellegrini quali «complici» nella nascita e diffusione dei motivi epici medievali[22].

A transitare e a lasciare il segno nella nostra zona non sono solo santi vivi, ma anche le loro reliquie. E il caso del corpo di san Germano di Auxerre, traslato in Francia subito dopo la sua morte a Ravenna nel 448. Il solenne viaggio è fonte di prodigi. La tradizione vuole che il feretro di san Germano, entrando nella chiesa di Sant’Eusebio, in Vercelli, abbia acceso miracolosamente tutte le candele. San Germano aveva infatti promesso a Eusebio di consacrare personalmente la chiesa vercellese. Eusebio, appresa la morte di Germano, aveva provveduto egli stesso alla consacrazione, ma le candele si spegnevano continuamente[23]. A testimonianza dell’importanza che tale evento ha avuto per la zona del Basso vercellese è probabilmente il toponimo san Germano[24].

Dei santi, nel Medioevo, “viaggiava” anche la loro fama, nonostante i mezzi di comunicazione fossero così scarsi e primitivi. Spesso, a fungere da mezzi di comunicazione, in particolare per quei santi la cui fama non aveva una diffusione così universale, erano proprio i pellegrini, che diffondevano oralmente i racconti agiografici e, in particolare, i miracoli. E’ il caso del culto di san Genesio, che ritroviamo sulla riva destra del Po, presso l’omonima località[25]. Esisteva però una certa confusione tra il Genesio attore-mimo che a Roma, intorno al 300, si sarebbe convertito mentre mimava il battesimo allo scopo di deridere il culto cristiano e che fu condannato a morte per questo da Diocleziano, e il Genesio notaio di Arles, in Francia, martire, più o meno nello stesso periodo, per non aver voluto trascrivere l’editto di Diocleziano che ordinava la distruzione delle chiese e la persecuzione dei cristiani ed essersi dato alla fuga. Il racconto del martirio di Genesio è probabilmente un topos agiografico che è stato applicato al Genesio notaio, causando confusione e sdoppiamento. Il Genesio di cui si conservavano le reliquie nella chiesa di San Genesio è il Genesio notaio di Arles, ma dal 1933, per donazione della parrocchia di Suno (Novara), dove si venera il Genesio attore, si conservano anche quelle del presunto Genesio attore[26].

Le stesse agiografie e raccolte di miracoli tradiscono spesso l’intenzione di farsi promotrici della diffusione della fama dei santi di cui narrano le gesta. A volte si tratta di una generica esagerazione della diffusione del culto del santo e del suo potere di attrarre masse enormi di pellegrini, come nel caso della vita del già menzionato san Bononio. Espressioni come: «Da tanta parte del mondo molti si recavano alla tomba del suo sacro corpo»[27], oppure: «Diffusasi per ogni dove la fama di tanti miracoli»[28], sono puramente celebrative: il culto di Bononio, in ambito piemontese, non è mai uscito dai confini dei territori controllati da San Michele di Lucedio, come sembrano attestare le dedicazioni[29]. Altre volte invece l’intenzione di lanciare un messaggio in una certa zona, spesso già area di transito di pellegrini, al fine di estendere il culto del santo o del santuario in quella specifica zona, è apertamente manifesto ed espresso. E’ il caso, sempre per quel che riguarda la nostra zona, del De miraculis Sancte Marie de Rupe Amatoris, una raccolta di miracoli attribuiti alla Vergine di Rocamadour, un santuario francese situato nel Périgord, sulle pendici di un canyon naturale, non menzionato dal libro V del Codex Calixtinus, noto come Guida del pellegrino di Santiago.

La redazione di tale testo risale al XII secolo ed è certamente opera di un monaco del santuario mariano in questione, che scrive con l’evidente intenzione di valorizzare il pellegrinaggio a Rocamadour[30]. Molti sono i beneficiati da Nostra Signora di Rocamadour che si recano in pellegrinaggio presso il suo santuario dalla Germania all’Inghilterra, alla Spagna, oltre che da numerose regioni della Francia. Non manca neppure l’area italiana e in particolare zone vicine alla nostra, a testimonianza di come l’area di strada del basso vercellese fosse tutt’altro che ritenuta secondaria.

I miracoli che ci riguardano sono: il X (parte I), dove un generico e non meglio precisato «lombardo», viene salvato dal rogo a cui era stato condannato ingiustamente. Egli porterà le sue catene a Rocamadour; il II (parte II), dove Boemondo di «Cariz Vellensis pagi», cioè Boemondo di Carisio del paese di Vercelli, viene liberato dai milanesi, che lo avevano catturato durante la spedizione contro Milano di Guglielmo, marchese del Monferrato, alleato del Barbarossa[31]; il XLII (parte II), dove Anselmo, cavaliere della regione di Ivrea, viene esaudito nelle sue preghiere e i medici estraggono per intero la freccia che lo aveva passato da parte a parte; il XIII (III parte) dove un certo Brancus è guarito dall’epilessia. Tutti, a conclusione degli eventi miracolosi, si recano a rendere omaggio a Nostra Signora di Rocamadour, che in tal modo diffonde la sua fama anche nella nostra zona.

Ma il miracolo che più tradisce l’intenzione di diffondere la devozione per la Madonna di Rocamadour nella nostra zona – e in generale lungo il cammino per Roma – è quello di Filippo, nobile cavaliere di «Cherrum» o «Cerrum» (forse Cerro al Lambro, in provincia di Pavia), di cui si parla nel miracolo VI (III parte).

Filippo è critico nei confronti Nostra Signora di Rocamadour (nel titolo si usa l’espressione «deridebat»), in quanto campanilisticamente sosteneva che molti erano i santuari mariani italiani di chiara fama e di notevole importanza; per cui non era il caso di ricorrere a Rocamadour. Durante la notte venne assalito da un esercito di demoni, orrendi e armati di bastoni, dai quali sarà difeso solo dall’autorità di Nostra Signora di Rocamadour. Ma Filippo sarà doppiamente miracolato dalla Vergine del Périgord. Sua figlia Beatrice, vissuta per lungo tempo felicemente e in mezzo ad agi e fortune, madre e sposa perfetta, si ammala di un tumore alla gola che per quindici anni la tormenta, impedendole di alimentarsi, parlare e, per il gonfiore, persino di guardarsi i piedi. Sarà la Madonna a guidare la mano dei chirurghi in un complicato intervento per estirpare il tumore, intervenendo anche direttamente ad arrestare l’emorragia provocata dalla maldestra mano di un medico che aveva reciso un’arteria[32]. Beatrice ritroverà la salute e Filippo non denigrerà mai più la Madonna di Racamadour.


[1] Bononio, di origine bolognese, oblato presso il monastero di Santo Stefano, lascerà la sua città per condurre vita eremitica in oriente. In Egitto, presso Babilon dove Bononio si trovava, incontra il vescovo Pietro di Vercelli (fatto prigioniero in seguito alla battaglia di Capo Colonne del 982). Bononio intercederà per lui presso il califfo al’Azi’z ottenendo la liberazione di tutti i prigionieri, che accompagnerà nel viaggio di ritorno fino a Costantinopoli. Qui i due si separano: Pietro rientra nella sua sede vescovile e Bononio si reca nel Sinai a riprendere la sua vocazione eremitica. Pietro però non dimenticherà il suo salvatore, non solo per riconoscenza ma anche per le sue doti religiose e diplomatiche, e, in una data imprecisata (tra il 990 e il 997), lo chiamerà a dirigere il cenobio di San Michele di Lucedio. In seguito alla morte di Pietro per mano di Arduino Bononio, forse accompagnato da un gruppo di monaci lucediesi, si rifugia in Toscana, presso il monastero di Marturi, che rifonda per volontà del marchese Ugo. Nel 1001 il successore di Pietro, Leone, richiama Bononio a dirigere San Michele e qui Bononio resterà fino alla morte, avvenuta nel 1026. Alla sua morte il vescovo Arderico col consenso popolare, dispone l’erezione di un altare sulla sua tomba e chiede al papa, Giovanni XIX, di approvare la canonizzazione di Bononio (Cfr. TABACCO G., voce Bononio, in Dizionario bibliografico degli Italiani, Roma 1979, pp. 358-360 e MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», in «De Strata Francigena», VII/I, 1999, pp. 9-28).

In questo contesto viene redatta una Vita del santo (traduzione italiana a cura di F. e G. Massola apparsa sui «Quaderni del Gruppo archeologico casalese L. Canina» nn. 4 e 5, 1996, col titolo Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio), per mano di un anonimo monaco di Lucedio, che si chiude con un elenco di miracoli compiuti sia prima che dopo la morte. Sul testo della Vita e sulle intricate vicende legate ad esso (cfr. MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», cit., pp. 23-24, nota 4), in particolare per quel che concerne il falso edito dal De Grandi nel 1740 il giudizio definitivo (anche se non sempre ascoltato) è stato dato da TABACCO G., La vita di san Bononio di Rotberto monaco e l’abate Guido Grandi, Torino 1954.

[2] San Michele di Lucedio, che nel XII secolo assumerà anche ufficialmente la denominazione di San Genuario, fu fondato all’inizio del VIII secolo e dotato del corpo di san Genuario da Lotario I (cfr. CANCIAN P., L’abbazia di San Genuario di Lucedio e le sue pergamene, Torino 1975).

[3] Cfr. FOSCHI P., ASTORRI E., VIANELLI A. e LIVI S., La basilica di Santo Stefano a Bologna. Storia, arte e cultura, Bologna 1997.

[4] Vita et miracula Sancti Bononii abbatis locediensis, III.

[5] Ivi, V.

[6] Ivi, IX.

[7] Ivi, X-XI. Sulle questioni politiche interne al cenobio di San Michele di Lucedio si veda: MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», cit.

[8] Vita et miracula Sancti Bononii abbatis locediensis, miracolo 3.

[9] Cfr. BENEDETTO C., S. Bononio abate di Lucedio. Studio storico ai tempi di Arduino d’Ivrea, Asti 1934, pp. 33-34 e 45-47.

[10] Il Mercuro, che ha curato un’edizione della Legenda (Una leggenda medioevale di San Guglielmo da Vercelli, in «Rivista Storica Benedettina», I-II, 1906-1907) e una sua traduzione italiana, quasi integrale (MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, fondatore della Badia e della Congregazione di Montevergine, Roma 1907), azzarda, a partire da «un’antica e comune tradizione» (già menzionata da GIORDANO G. G., Croniche di Monte Vergine, Napoli 1649, p. 267), anche il nome della famiglia di Guglielmo: Volpi, estintasi intorno alla metà del cinquecento (cfr. MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 11, nota 1).

Sul nome della famiglia vedi anche il più recente lavoro di Mongelli, curatore dell’edizione critica della Legenda (Legenda de vita et obitu S, Gulielmi confessore, a cura di Mongelli G., in «Samnium»), MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, Montevergine 1960, pp. 30-31.

[11] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p.16.

[12] Di fatto il fabbro, ci riferisce l’agiografo di Guglielmo, dalla povertà dell’abbigliamento e dalla mortificazione della carne che pratica con tanto rigore (la sera del suo arrivo si era alimentato con solo pane e acqua osservando il più scrupoloso silenzio), lo definisce «santo», Ivi, p.18.

[13] Ivi, p.19. Guglielmo indosserà questo cilicio avuto sulla via per San Giacomo fino alla consunzione, per sostituirlo con una corazza regalatagli da un militare a Salerno (Ivi, p.26).

[14] Sulle strade presumibilmente percorse da Guglielmo si può vedere: MASSOLA G., Cenni alle principali vie di pellegrinaggio nella «Legenda» di Guglielmo da Vercelli, in «De Strata Francigena», Firenze 2000, VIII/1, pp 99-102.

[15] MERCURO C., Op. cit., pp. 21-22.

[16] Ivi, pp. 24-25.

[17] Originario della Provenza, ha combattuto, nel 973, contro i Mori che avevano la loro base a Fraxinet a fianco di Guglielmo I duca di Provenza. Dopo la campagna militare Bovo si ritira a vita eremitica e compie ogni anno un pellegrinaggio a Roma, accompagnato da un mulo. Sepolto fuori città, lungo la via romea, la sua tomba inizia a causare prodigi e ad emanare aromi di santità. Sulla vita di san Bovo si può vedere: Bovo (Bovone, Bobone, Bonone), voce a cura di G.D. Gordini, in Bibliotheca Sanctorum, III, Roma 1962, coll. 379-380 e AA. VV, Un santo pellegrino nell’oltrepò pavese, in «Annali di storia pavese». N.16-17, 1988.

[18] Questa sua capacità taumaturgica nei confronti degli animali domestici ha fatto sì che, nel Veneto, san Bovo venga addirittura confuso col santo degli animali per eccellenza: sant’Antonio abate. L’uso di appendere immagini di san Bovo nelle stalle, a protezione in particolare del bestiame bovino, e di benedire nel vercellese gli animali al 22 maggio, ricorrenza della morte del santo, è andato perdendosi già da tempo ed è difficilmente ricostruibile. Un documento del XVIII secolo attesta, presso la cappella di sant’Anna, ma a Candia Lomellina, della celebrazione di una festa di san Bovo con benedizione degli animali.

A dire il vero tale patronato sugli animali non trova un grande fondamento nei fatti narrati dalla Vita sancti Bobonis seu Bovi redatta tra X e XI secolo. In essa infatti si narra che qualsiasi animale andasse a pascolare sulla sua tomba si ammalava e moriva, tanto che si dovette provvedere a recintare lo spazio in cui il santo riposava (Vita sancti Bobonis seu Bovi, in Bibliotheca Hagiographica Latina, Maii V, 9, p.188). Forse si può far risalire questa tradizione al fatto che il santo, durante i suoi pellegrinaggi a Roma, si accompagnasse con un mulo, animale antitetico al cavallo che lo aveva accompagnato durante la sua vita di cavaliere, che di rado cavalcava e che usava per trasportare altri pellegrini malati e bisognosi (Ivi, 8, p.188).

[19] Si tratta di un’epistola in versi scritta da Rodulfus Tortarius, nota come Epistola II, ad Bernardum e della, posteriore, Vita Sanctissimi Amici et Amelii carissimorum, di anonimo.

[20] Sulle fonti e sulle vicende di Amelio ed Amico si possono vedere: CARLETTI C., Amelio e Amico in Bibliotheca sanctorum, I (1990), coll. 1003-1004; GAZZINI M., Gli utenti della strada: mercanti, pellegrini, molitari, relazione presentata al convegno Da Cluny a Bobbio. Strade, uomini, poteri in un territorio medievale, Bobbio, 9 Maggio 1998; ROSATO I., La leggenda di Amico e Amelio e Mortara, in «De Strata Francigena», 1999, VII/2, pp. 77-86 (interessante anche per la rassegna delle fonti).

[21] Il loro forte legame affettivo, anche dopo la morte, che risale all’infanzia e alla comune nascita-rinascita nel battesimo, fa pensare a reminiscenze legate al culto dei Dioscuri presente a Roma fin dal 484 a. C. (cfr. SECHI MESTICA G., Dizionario universale di mitologia, Milano 1990, p. 50); mentre la guarigione di Amico dalla lebbra grazie al sangue dei figli di Amelio, sgozzati dallo stesso padre su consiglio dei medici, ricorda, nonostante il miracolo finale che riporta in vita i due figli, temi popolari che circolavano nella letteratura epica (cfr. HARTMANN VON AUE, Il povero Enrico, composto intorno al 1195, dove il protagonista guarisce appunto dalla lebbra grazie alla vampiresca suzione del sangue di una vergine, che volontariamente si immola per lui, assistita da un medico salernitano).

[22] BEDIER J., Les légendes épiques. Recherches sur la formation des chanson de geste, Paris 1926-29III.

Molti altri potrebbero essere i santi pellegrini che hanno attraversato la nostra zona nel Medioevo. Li releghiamo in nota perché paiono non aver lasciato particolari memorie devozionali nel nostro territorio. Sicuramente transitati nella nostra zona sono san Bernardo pellegrino, morto ad Arpino (Frosinone) di ritorno da San Michele del Gargano; Santa Bona, probabilmente transitata nella nostra zona durante il suo secondo pellegrinaggio a San Giacomo; san Moderanno, vescovo di Rennes; san Raimondo palmerio, laico, piacentino di adozione e pellegrino a San Giacomo; san Rocco, la cui fama è diffusa lungo tutte le vie di pellegrinaggio medievale italiane.

[23] Tale evento è ricordato dalla Legenda aurea, alla chiusa del capitolo CVII, dedicato alla vita di san Germano (ICOPO DA VARAZZE, Legenda aurea, Torino 1995, CVII, p. 569).

[24] Analoga origine, visto il percorso che la salma di san Germano compie, ha anche la località San Germano, presso Borgofranco d’Ivrea.

[25] Secondo il Serra, uno storico della prima metà del novecento, il culto di san Genesio si diffuse proprio grazie ai pellegrini provenienti dalla Francia e diretti verso Roma (cfr. SERRA G. D., Contributo toponomastico alla descrizione delle vie romane e romee, 1927).

[26] La vita di san Genesio attore è un ottimo esempio, unitamente ai diversi racconti di giullari e saltimbanchi che onoravano Cristo e la Madonna coi loro giochi di destrezza e per questo ricevevano miracolosi gesti di riconoscenza da parte di statue e crocefissi (si veda il racconto relativo al volto santo di Lucca), di come la chiesa medioevale di fatto fosse sostanzialmente aperta alle classi emarginate, per le quali nutriva una certa considerazione, nonostante le invettive di Tertulliano contro gli attori e il teatro in genere (cfr. De Spectaculis 5, 2; 8, 1-7; 9, 1-6; 12, 1-7).

[27] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., quaderno n, 5, p. 25.

[28] Ivi, p. 26.

[29] Da una sia pur sommaria indagine sulle dedicazioni a san Bononio emerge una curiosa e interessante distribuzione geografica di esse. I luoghi dove il santo in qualche modo è o era ricordato si possono dividere in due gruppi: un primo gruppo si estende nell’area immediatamente circostante a San Genuario, dove si trovava il monastero di San Michele, un secondo gruppo sembra invece distribuirsi lungo quella che probabilmente era la direttrice viaria che congiungeva la piana del basso vercellese con l’Ossola, dove il cenobio Lucediense aveva possedimenti. Questa duplice struttura indica come il culto bononiano sia stato promosso proprio con lo scopo di creare una unità culturale-religiosa, che compattasse l’area controllata dai monaci di San Michele attorno al suo fulcro di dipendenza e consolidasse in tal modo il potere del cenobio.

Sono infatti ascrivibili al primo gruppo località come Fontanetto (attualmente in questa località esiste una chiesa dedicata a san Bononio, sita fuori dall’abitato, accanto alla quale il comune aveva fatto costruire un lazzaretto, che però non risulta essere mai stato usato: cfr. Fontanetto Po. Raccolta di notizie varie, a cura di Chiappa A., Vercelli 1979, p. 79) e Pozzengo, dove il santo è tutt’ora venerato come patrono, ma anche, a sud di Fontanetto, un sito anticamente denominato clausum Sancti Bologni (cfr. OGLIARO M., Tracce sull’antica viabilità tra Crescentino e Palazzolo Vercellese, in «Bollettino storico vercellese», n. 1, 1996, p. 72); anche a Mombello, nelle vicinanze di Pozzengo, fino al secolo scorso esistevano due chiese dedicate rispettivamente a san Michele ed a san Bononio (cfr. CANCIAN P., L’abbazia di San Genuario di Lucedio e le sue pergamene, Torino 1975, p. 24, che a sua volta si rifà a CASALIS G., Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna, X, p.458). Sono invece da ascrivere al secondo gruppo località come: Borgo d’Ale, citata in un privilegio di Eugenio III del 1151 come «ecclesiam Sancti Bolonii de Medulo» (cfr., CANCIAN P., Op. cit., pp. 58 e 24); Settimo Rottaro, nei pressi di Ivrea, dove il santo è patrono e dove la tradizione vuole abbia trascorso, come già detto, un periodo in eremitaggio tra il 1009 e il 1014 in occasione del quale avrebbe liberato il paese dalla scomoda presenza di un drago; Curino/San Bononio, la «curtem Quirini cum cappella» nel suddetto privilegio di Eugenio III (Cfr. CANCIAN P., Op. cit., pp. 21-ss.), e Doccio Sesia, nella Val Sesia (cfr. BENEDETTO C., Op. cit , p. 40).

[30] Sulle origini e sui fatti che hanno determinato la nascita del culto mariano, che nel XII secolo troviamo già affermato a Rocamadour, si conosce ben poco, così come il momento preciso in tale luogo si inizia a venerare un immagine nera della Madonna. Si sa solo che nel XII secolo, durante degli scavi sotto il pavimento della cappella che conservava l’immagine sacra di Maria, viene rinvenuto un corpo intatto che si attribuisce immediatamente a Amadour, servo della Vergine (avrebbe avuto anche l’onore di accudire a Cristo nella sua infanzia), ritiratosi in eremitaggio nel Périgord dopo l’assunzione in cielo di Maria. In tal modo il santuario si dotava anche di reliquie importanti, sopperendo così alla difficoltà di avere reliquie mariane. Per dare lustro al santuario non si disdegnerà neppure di dare credito al racconto che nella sua roccia sia conficcata la spada di Orlando, scagliata dal paladino stesso, morente a Roncisvalle, per sottrarla alle mani degli infedeli (cfr. ROCACHER J., Les miracles de Notre-Dame de Rocamadour au XIIe siecle, Toulouse 1996, pp.11-46).

Il De miraculis Sancte Marie de Rupe Amatoris avrà una discreta diffusione, tra il XII e il XIII secolo, periodo di massimo splendore del pellegrinaggio a Rocamadour, tanto che alcuni miracoli saranno ripresi in altre raccolte di miracoli mariani, tanto da divenire dei veri e propri topoi agiografici; come nel caso del miracolo del trovatore che, non avendo altro da offrire alla Madonna, si esibisce con canti al suo cospetto e viene da lei premiato con un cero, ripreso da Gautier de Coinci (cfr. GAUTIER DE COINCI, Du cierge qui descendi au jougleur, in Les Miracles de Nostre Dame, a cura di Koenig V. F., Droz 1966)

[31] Il manoscritto recita «Vellensis pagi», invece che «Vercellensis pagi». In ogni caso il toponimo «Cariz» non può che riferirsi a Carisio, in provincia di Novara. Boemondo viene legato scrupolosamente, mani e gambe e in ultimo legato ad una guardia che avrebbe avvertito ogni suo minimo movimento. Si troverà miracolosamente libero e andrà anche lui, con «le mani colme di doni e offerte» a ringraziare Nostra Signora di Rocamadour.

[32] Questo miracoli, come molti altri, lascia trasparire come l’agiografo del De miraculis abbia una notevole competenza medica e familiarità anche con gli interventi chirurgici, anche se critico nei confronti dei medici che, senza il soccorso dei santi, sono spesso impotenti.

In Di terre, acqua e cammini. Percorsi francigeni nel Basso vercellese: dimensione storica e valorizzazione degli aspetti culturali, Atti del Convegno di Studi , Novembre 2008, Vercelli 2009, pp. 41-ss.

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