Considerazioni sul transito di pellegrini medievali nel territorio di Lamporo

maggio 20, 2008

Mi sia concesso richiamare preliminarmente l’occasione in cui questo mio breve intervento sulla viabilità medievale nell’area del basso vercellese è stato concepito. La cosa aiuterà a chiarire non solo le finalità delle considerazioni che seguiranno, ma anche i limiti e la portata puramente ipotetica di esse.

Tutto ha avuto inizio in aprile, quando Federica Pegorin e io eravamo discenti ad una lezione, tenuta dal professor Gabriele Ardizio, sulle vie di pellegrinaggio in Piemonte e nel vercellese. Come di norma accade in tutte le scolaresche che si rispettino, Federica e io, da buoni “compagni di banco”, non abbiamo resistito alla tentazione di parlottare tra di noi e di scambiarci considerazioni su quanto il relatore andava esponendo. Ho ancora vivo l’accento di sconforto con cui Federica, facendosi schermo con la mano, si rivolse a me dicendomi: «Ma Lamporo, in tutte le testimonianze dell’epoca, non compare proprio mai!». Campanilismo? Sì, se per campanilismo si intende amore per il luogo in cui si vive e per la comunità che ci circonda.

Alla fine della lezione abbiamo ripreso l’argomento, mentre tornavamo ai nostri rispettivi mezzi di trasporto, e abbiamo sviluppato alcune considerazioni frettolose sulla natura della viabilità medievale e sulle fonti che gli studiosi hanno a disposizione per la sua ricostruzione. Considerazioni che Federica ha voluto che raccogliessi in una veste un po’ più chiara e ordinata, tale da renderle condivisibili durante questo incontro, a cui sono stato gentilmente invitato a partecipare dal Sindaco, amico e collega di lavoro, Franco Raviolo.

Tutto ciò per dire che “farò carte false” e opererò forzature sui documenti per dimostrare che, nel Medioevo, da Lamporo transitavano folle di pellegrini, per consolare un’amica amareggiata? No, senz’alcun dubbio. Cercherò semplicemente di enunciare alcune considerazioni che, nel chiarire in generale che cosa si debba intendere per viabilità e percorrenza nel Medioevo, permettano di concludere che tutta l’area del Basso vercellese fosse da considerare come zona di flusso viario: un’«area di strada»[1], vale a dire una zona di passaggio, senza che il viandante sia necessariamente incanalato in un preciso e spazialmente limitato percorso, come accade ai giorni nostri quando ci si mette in viaggio lungo strade, autostrade o linee ferroviari.

Ma andiamo con ordine. Federica aveva visto giusto: di Lamporo o dell’area in cui sorge attualmente il paese, non si fa alcuna menzione negli itinerari medievali. Primo fra tutti quello di Sigerico, riscoperto dal Consiglio europeo per il fatto che attraversa l’intera Europa, da Nord a Sud, evidenziando, unitamente agli itinerari per Santiago e Gerusalemme, una concezione geografica dello spazio che prescinde dagli Stati nazionali e che considera il territorio europeo un’unica realtà su cui muoversi.

Per “itinerario di Sigerico” si intende un elenco di località, ottanta per la precisione, che da Roma si snodano fino alla Manica e che Sigerico, arcivescovo di Canterbury, attraversa durante il suo viaggio di ritorno da Roma avvenuto tra il 990 e il 994[2]. L’elenco, che è stato probabilmente redatto qualche anno dopo, conferma sostanzialmente, almeno per la parte relativa al territorio italiano, quello di un altro illustre pellegrino britannico, San Dunstano, che nel 900 si era recato a Roma e, per l’area sud-piemontese, quello di San Simeone, che tra il 983-987 o il 982-986, da Pisa si era recato a Santiago[3].

Dai principali itinerari del X secolo, risulta che la viabilità del vercellese fosse rigorosamente determinata, sia che si scegliesse il valico del Gran San Bernardo, sia che si optasse per il Moncenisio-Monginevro: da Pavia si puntava su Vercelli, per poi risalire (santhià-Ivrea-Aosta) o ridiscendere su Torino per incanalarsi nella Val di Susa (fig.1).

fig. 1

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La cosa è confermata anche dagli itinerari medievali posteriori al X secolo. L’abate di Thingor, in Islanda, Nikulas Munkathvera, tra il 1151 e il 1154, raggiunge Roma, per poi recarsi sulle coste pugliesi e imbarcarsi per la Terra Santa. Anche lui varca le Alpi al Gran San Bernardo e raggiunge Vercelli attraverso Aosta e Ivrea, per poi puntare su Pavia e attraversare il Po nei pressi di Piacenza. Analogamente il primo e il secondo dei percorsi degli Annales Stadenses[4], ricordano, per la nostra zona, Ivrea, Vercelli, Mortara, Pavia, Piacenza. Lo stesso tratto è menzionato anche da quegli itinerari che fanno capo al Moncenisio come valico alpino: il percorso fatto da Filippo II Augusto, re di Francia, di ritorno dalla terza crociata, nel 1191. L’Iter de Londino in Terram Sanctam di Mattew Paris, del 1253, che citano ancora Torino, Vercelli, Pavia, Piacenza. Tale percorso doveva essere ben consolidato se se ne fa cenno anche in un opera a carattere epico-cavalleresco, come il poema Chevalerie d’Ogier de Danemarche[5]. Come si vede, la zona del basso vercellese pare sistematicamente evitata da pellegrini e viandanti medievali. Certamente le paludi lasciate dalle esondazioni del Po e la forte variabilità del suo alveo[6] privo di argini, erano un deterrente per il viaggiatore, che preferiva certo cercare percorsi maggiormente comodi ed agevoli, anche se ancora nel XVI secolo il percorrere strade fangose era la normalità, se un gruppo di pellegrine che chiedeva l’elemosina a Firenze sottolineava cantando che «nelle terre di Marchese / gran pericol à portate, / perché tutte suo paese / star di fango brodolate»[7].

Ma, che cos’è di preciso un itinerario medievale o tardo antico? A quale tipo di realtà geografica e spaziale si riferisce? Quando noi oggi intendiamo indicare a qualcuno un percorso o un itinerario, ci viene spontaneo tracciare su un foglio dei punti di riferimento topografici, disposti a partire dai quattro punti cardinali, congiunti da strutture viarie di vario genere. Forniamo così al nostro interlocutore una raffigurazione dello spazio e del percorso come se fosse visto dall’alto, con un’angolazione, dal nostro punto di vista, di novanta gradi. Niente di tutto questo avrebbe senso per un medievale. La cartografia medievale ha una forte componente simbolica, legata alla centralità della mentalità religiosa, e in alcun modo si prefigge di rappresentare lo spazio allo scopo di riprodurlo in scala ridotta: lo spazio è sì rappresentato, ma nella sua idealità, nel suo essere ecumene, spazio cristianizzato. Basti pensare, al riguardo, ai mappamondi circolari medievali, che trovano il loro fondamento teorico, in Occidente, nelle Etimologie di Isidoro di Siviglia[8] (figg.2 e 3). I continenti sono disposti secondo i quattro punti cardinali, contrassegnati da croci, in uno spazio tondeggiante: l’Asia in alto, l’Europa a sinistra e l’Africa a destra. Si ricordi che per il Medioevo l’Ovest nelle carte è posizionato in basso, pertanto il Nord (l’Europa si trova a Nord dell’Africa) è a sinistra. Separano i tre continenti tre zone d’acqua disposte a formare una «T» (da cui la denominazione di mappamondi a «O» e «T»): il Nilo, che separa l’Asia dall’Africa, il Mediterraneo, che separa l’africa dall’Europa (l’asta della «T»), e il Mar Nero, che separa l’Europa dall’Asia. Spesso la composizione di tali mappamondi veniva corredata dalla rappresentazione del Paradiso terrestre o dalla città di Gerusalemme, collocata al centro, a significare la sua centralità, o dalle indicazioni dei capostipiti etnici (Cham, Sem e Iafet) e quant’altro. Più che di rappresentazioni del territorio, si tratta di apparati simbolici atti a fornire la chiave cosmologica dell’universo cristianamente inteso[9].

fig. 2

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fig. 3

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Stando così le cose relativamente alla rappresentazione cartografica del mondo, ciò che definiamo un itinerario non può che risolversi in un elenco di località attraversate dal viaggiatore. Insomma, un itinerario medievale, per intenderci, è più simile alle nostre attuali liste della spesa: i prodotti elencati hanno sì una loro collocazione spaziale negli scaffali del supermercato, ma noi li elenchiamo in sequenza. Il percorso che faremo per trovarli è lasciato alla casualità del momento. Anche là dove l’itinerario pretende di riferirsi iconograficamente al territorio, come nel caso della Tavola Peutingeriana[10], un rotolo pergamenaceo lungo 6,83 e alto 0,34 metri, che rappresenta la viabilità romana, il risultato è la rappresentazione delle strade come un fascio di linee più o meno parallele, corredate da riproduzione di fabbricati o altri elementi di contrassegno visti in una prospettiva “a volo d’uccello”. Dunque qualcosa di molto più simile ad un elenco di località, che non alla loro rappresentazione fedele nello spazio (fig. 4).

fig. 4

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Ma c’è di più. Il Medioevo non conosce neppure il “manufatto strada”, nel senso che non si cura di costruire strade; si limita semplicemente a riutilizzare quelle romane. A tale proposito è significativo un racconto del Roman de Renart, un’opera composta tra il XII e il XIII secolo. In esso, Renart la volpe, ha esaurito le sue provviste; si spinge allora fino ad «una strada ferrata», cioè un tratto di strada romana, che era un ben preciso manufatto, con un fondo in ghiaia e la parte superiore lastricata con lastre di pietra inframmezzate da cunei e spessori in ferro, per stabilizzare le lastre di pietra (ecco il motivo della strana denominazione). Preso dallo sconforto perché non vede arrivare nessuno, si è ormai rassegnato alla sua cattiva sorte, quando vede arrivare «di gran carriera dei mercanti che portano del pesce» su un carro. Renart allora, «che inganna tutto il mondo […] percorre di nascosto i sentieri anticipandoli». Si stende lungo la via e si finge morto. I mercanti si fermano e lo caricano sul carro, in quanto pensano di rivendere a buon prezzo la sua pelliccia; il nostro eroe avrà buon gioco a razziare il pesce e svignarsela dal retro del carro[11]. Indirettamente il racconto descrive bene la situazione reale della viabilità medievale: il riutilizzo delle strade romane, senza più la capacità economica di fare manutenzione su esse, con a fianco una più o meno intricata rete di scorciatoie e sentieri tracciati spontaneamente dai viaggiatori in alternativa a tratti sconnessi, ponti crollati che venivano sostituiti da guadi da individuare di volta in volta, o, più semplicemente, per guadagnare tempo, visto anche il fatto che si viaggiava spesso a piedi o al massimo su cavalcatura e pertanto le larghe carreggiate delle strade romane non erano poi indispensabili, se non per i carri appunto. In tal modo la viabilità risulta alquanto fluida e per nulla incanalata in un’area di percorso spazialmente rigida e predeterminata: le strade romane, o meglio quel che ne restava, erano semplicemente delle possibilità di transito accanto a molteplici alternative, in particolare per le zone pianeggianti.

Da ciò deriva che la mentalità medievale fatica anche a concepire e accettare l’idea di uno spazio pubblico, adibito al transito. Ciò addirittura anche per quel che riguarda i centri urbani. Significativo al riguardo è il privilegio che gli antoniani avevano sin dal XIII secolo di poter allevare il maiale in città. Si ricordi che per tutto il medioevo il maiale era allevato allo stato brado, pertanto branchi di maiali, con il sonaglio per riconoscerli come animali appartenenti a sant’Antonio abate, vagavano liberi per le vie urbane, causando non pochi disagi, non solo di carattere igienico, ma anche di intralcio alla viabilità[12]. Filippo, figlio del re di Francia Luigi IV, muore perché il suo cavallo era inciampato in un maiale lungo le vie di Parigi. Solo nella seconda metà del XIV secolo gli statuti cittadini cominceranno a considerare la cosa sconveniente e dannosa per la viabilità e la sicurezza pubblica. Una viabilità resa difficile non solo dalla presenza di animali che scorrazzavano liberamente per la pubblica via, ma anche dalla mancanza di coscienza che l’uomo medievale ha dello spazio comune, la strada appunto, come luogo chiaramente delimitato e deputato alla viabilità. Sulla strada si gettavano le immondizie e i rifiuti domestici (le cloache romane erano un vago ricordo), che venivano canalizzati al centro di essa; fece esperienza di ciò san Luigi, che, recandosi a pregare di primo mattino alla chiesa dei Cordeliers a Parigi, ricevette in testa il contenuto di un vaso da notte di uno studente che si alzava in quel momento. Il viandante era costretto a camminare rasentando i muri delle case, per evitare il fango e l’immondizia del centro della via. Le case però tendevano ad invadere e a comprimere sempre più la strada: le attività commerciali avevano spazi espositivi mobili sulla pubblica via, tavoli o piani ribaltabili, che mettevano in comunicazione l’interno del locale, sede dell’esercizio artigianale-commerciale, con l’esterno[13]. La struttura architettonica stessa delle case private tendeva ad espandere i piani superiori, al punto che, non di rado, si rendeva necessario puntellare il pavimento dei piani alti con pilastri in legno o in pietra poggianti sul calpestio stradale. Famosa al riguardo è la ruelle des Chats, a Troyes (Aube – Francia), dove le case sono talmente ravvicinate (un gatto può passare tranquillamente attraverso le finestre da una all’altra senza il bisogno di saltare) che la strada risulta una sorta di galleria (fig. 5) [14].

fig. 5

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Insomma, tutto ciò per dire che, di fronte ad un’elencazione di località da raggiungere, la mentalità medievale è maggiormente propensa a vedere una serie di luoghi dove è possibile trovare ospitalità e rifugio e non una serie di tappe lungo un percorso ben definito, dove la linea di congiunzione tra le suddette località sia necessariamente sempre la più breve. Un’«area di strada» appunto, come si è anticipato all’inizio.

Ora, se pensiamo al tratto di strada indicato dagli Itinerari medievali relativamente alla nostra zona (Pavia, Mortara, Vercelli, Santhià… o Pavia, Mortara, Vercelli, Torino…) nel contesto di una mentalità lontana da ogni idea di percorso rigido e obbligato, possiamo tranquillamente supporre che tutta l’area del basso vercellese, fino alle rive del Po, fosse un’«area di strada», con sbocco sia verso il Moncenisio, sia verso il Gran San Bernardo. Non solo, ma il racconto di Renart la volpe, sopra ricordato, ci può forse autorizzare a pensare ad un certo riutilizzo del tratto di strada romana che fiancheggiava il Po, sulla sponda sinistra. Tale tratto di strada, attestato dagli itinerari tardo-antichi, da Pavia raggiungeva Lomello (che conserva tutt’ora importanti vestigia romaniche)[15] e Cozzo, per poi biforcarsi verso Vercelli – Santhià – Ivrea, oppure proseguire lungo le rive del Po verso Torino[16]. Del tratto che costeggiava le rive del Po si hanno anche diverse testimonianze archeologiche: anepigrafi sono stati rinvenuti a Balzola e a Trino, mentre un miliario e altri reperti sono venuti alla luce a San Genuario, presso Crescentino. Resti di una probabile struttura viaria di difesa (palacium) sarebbero emersi anche dagli scavi dell’attuale santuario dedicato alla Madonna del Palazzo. Alcuni di questi reperti sono conservati al Museo Leone di Vercelli. Senza dubbio le paludi e gli acquitrini, già ricordati, creati dalle inondazioni del fiume, avevano eroso la strada romana, ormai priva di manutenzione, e rendevano il percorso malagevole e malsano: la malaria doveva essere abbastanza diffusa nelle zone limitrofe al fiume Po. Lo attesta un miracolo compiuto dall’abate Bononio di San Michele (e Genuario) di Lucedio, in favore della madre di un monaco del suo convento che sarebbe poi stato il suo agiografo[17]. Un’erosione che, intorno ai secoli centrali del Medioevo, si può pensare fosse ormai quasi totale.

Tuttavia, a ben vedere, di una frequentazione di viaggiatori lungo le rive del Po esistono indizi anche per il Medioevo[18]. Poco prima del Mille, l’abate di Cluny Maiolo è presente a San Michele di Lucedio per ben due volte. Maiolo tra il 954 e il 986 compie ben sei viaggi in Italia, durante i quali consolida la presenza cluniacense a Pavia. Mentre tornava da una di questi, nel 972, viene addirittura rapito dai Saraceni ad Orsiere; dunque aveva attraversato le Alpi al Gran San Bernardo[19]. Il viaggio che ci interessa è successivo a quest’ultimo, viene fatto tra il 986 e il 987. Non è da escludere che il passo usato sia stato lo stesso, in considerazione del fatto che le bande saracene, che controllavano i valichi alpini del Nord-Ovest sul versante francese delle Alpi e che avevano la loro base a Frassineto, in Francia, erano state sgominate e annientate da Arduino da Torino alleato ad alcuni signori provenzali[20]. In ogni caso, anche se il valico usato fosse stato quello del Moncenisio, la sua presenza al monastero benedettino di San Michele di Lucedio è attestata da Rodolfo il Glabro, che nella Vita di Guglielmo da Volpiano afferma che Maiolo, in viaggio verso Roma e contemporaneamente in visita alle «sacre fondazioni monastiche, giungesse al cenobio di Lucedio [San Michele][21]». Da qui riparte per Roma, promettendo al giovane Guglielmo che al suo ritorno lo avrebbe condotto con se a Cluny[22]. Ora, se Maiolo al primo passaggio da San Michele arrivava dal Gran San Bernardo a Vercelli o poco prima, all’altezza di Viancino o di Cascine Stra, dove sorgevano ospizi per i pellegrini, ha deviato verso Sud per raggiungere il monastero in questione, attraversando appunto la zona di Isana e l’area di Lamporo. Se il valico scelto era il Moncenisio, non si vede perché avrebbe dovuto risalire verso Vercelli per poi ridiscendere quasi subito. Analogamente per il viaggio di ritorno: dovendo ripassare da San Michele di Lucedio, perché toccare Pavia, Mortara, Vercelli e poi tornare in dietro di una trentina di chilometri? L’ipotesi più plausibile è quella che lo vede da Pavia ripiegare su Lomello e a Cozzo mantenersi lungo il corso del Po.

Sempre in questi anni, la Vita di Guglielmo da Volpiano riferisce di un pellegrinaggio locale di Guglielmo alla Sacra di San Michele in Val di Susa, con tanto di miracolo; anche in questo caso il buon senso ci impone di escludere un percorso via Vercelli, Chivasso, Torino, in favore di uno maggiormente diretto che costeggiasse le rive del Po[23].

Del resto l’abbazia di San Michele di Lucedio prima e Santa Maria di Lucedio, nei pressi di Trino, poi, saranno utili punti di riferimento per i viaggiatori. E’ noto come, sulla scorta della Regola benedettina, i monasteri dovessero aprirsi ai viandanti come se accogliessero il Cristo stesso[24]. Ogni monastero non poteva non avere strutture per il rifugio e l’accoglienza dei pellegrini; questo rendeva fruibile un percorso, più della presenza del manufatto strada.

Strutture di culto legate al pellegrinaggio medievale o destinate all’accoglienza non mancano neppure sulla riva destra del Po. San Genesio, di cui restano il campanile e le absidi romaniche, sembra attestare una tradizione legata al pellegrinaggio: secondo il Serra, uno storico della prima metà del novecento, il culto di san Genesio si diffuse proprio grazie ai pellegrini provenienti dalla Francia e diretti verso Roma[25]. Esisteva però una certa confusione tra il Genesio attore-mimo che a Roma, intorno al 300, si sarebbe rifiutato di mimare il battesimo allo scopo di deridere il culto cristiano e che fu condannato a morte per questo da Diocleziano, e il Genesio notaio di Arles, in Francia, martire, più o meno nello stesso periodo, per non aver voluto trascrivere l’editto di Diocleziano che ordinava la distruzione delle chiese e la persecuzione dei cristiani. Il racconto del martirio di Genesio attore si ripete però per altri santi; probabilmente si tratta di un topos agiografico che è stato applicato al Genesio notaio, causando confusione e sdoppiamento. Il Genesio di cui si conservavano le reliquie nella chiesa di San Genesio è il Genesio notaio di Arles, ma dal 1933, per donazione della parrocchia di Suno (Novara), si conservano anche quelle del presunto Genesio attore[26].

Ancor più legata alla sfera della devozione del pellegrinare è Santa Fede, Priorato di Conques, uno dei «capo linea» che la Guida del Pellegrino[27] considera tra i quattro da cui si snodano i percorsi francesi verso San Giacomo. Poco si conosce delle origini di Santa Fede: anche se un documento del 743 parla già di una chiesa dedicata a santa Fede nell’area attorno a Cavagnolo, l’attuale edificio risale agli anni intorno al 1100 o forse alla seconda metà del XII secolo[28]. La prima menzione esplicita della presenza di monaci francesi (un priore e due monaci) si ha nel Testamento di Giovanni II del Monferrato del 1372. Lo stile romanico di tipo alverniate (secondo alcuni studiosi) e la croce di Conques che campeggia sul portale, inducono però a credere che la presenza dei monaci dell’abbazia francese sia da far risalire al periodo della costruzione dell’edificio, come suggerisce anche una pancarte del XVI secolo che considera Cavagnolo priorato di Conques fin dal XII secolo. Il priorato di Santa Fede di Cavagnolo dovette però godere di una certa importanza nei secoli centrali del Medioevo se arrivò ad edificare un ospizio per pellegrini a Viancino, presso San Germano Vercellese (sulla via che da Vercelli portava ad Aosta)[29]. Del resto nei pressi di Santa Fede confluiva anche un percorso di collegamento tra Asti e le rive del Po.

Anche Camino e Rocca delle Donne attestano di una qualche presenza di viandanti nel periodo medievale. Rocca delle donne era un monastero femminile intitolato a Santa Maria, che la tradizione popolare vuole essere stato di dubbia moralità e ricco di passaggi sotterranei. Certo il monastero, i cui resti ristrutturati oggi sono proprietà privata, dovette somigliare più a una corte che a un luogo di preghiera se già nel 1183 ospitò il trovatore provenzale Rambaldo de Vaqueiras, che fu giustiziato (non se ne conosce la causa) nel vicino castello di Camino.

A Pontestura sorgeva poi un ospizio intitolato a San Giacomo Maggiore, a dimostrazione di come fosse forte e chiara la coscienza di essere su strade e percorsi ad ampissimo raggio.

Anche il Nartece del Duomo di Casale Monferrato si può forse ipotizzare che servisse da rifugio per pellegrini, anche perché originariamente alla facciata del duomo erano addossate le case dei canonici e una strada attraversava il nartece nella sua larghezza. Approfondire questo discorso però ci porterebbe troppo fuori zona[30].

Strutture ospedaliere sarebbero attestate anche per la sponda sinistra del Po. Pare che Trino fosse dotata di ospedali. La fondazione dell’attuale Ospedale di Sant’Antonio Abate, secondo tradizione del XIV secolo, era scaturita dalla fusione di due ospedali precedenti con funzione altamente specializzata, uno intitolato a San Lazzaro dei Lebbrosi e l’altro, significativamente, a San Giacomo dei Pellegrini. Anche Morano aveva un ospedale gerosolimitano di cui non vi è più traccia che risalirebbe al 1167.

Insomma un’area, quella del vercellese e del basso vercellese, tutt’altro che isolata e chiusa in se stessa, bensì ben inserita nei percorsi delle grandi vie di pellegrinaggio medievale, che da Roma raggiungevano San Giacomo, in Galizia e, con imbarco a Bari e, in un secondo tempo, anche a Venezia, Gerusalemme. La coscienza di questo inserimento era ben chiara e viva nel Medioevo, lo attestano, come già detto, non solo le dedicazioni a San Giacomo o a santi importanti lungo le principali vie di pellegrinaggio, ma anche la volontà, da parte di importanti istituzioni monastiche, quali quella di Conques, di essere presenti nella nostra zona con strutture assistenziali e di supporto al cammino dei pellegrini. Non bisogna dimenticare neppure la presenza templare: Santa Maria del Tempio[31], presso Casale, e Santa Maria d’Isana[32].

Testimonianze di questo inserimento ci vengono anche dalla raccolta di miracoli di Nostra Signora di Rocamadour, in Francia (dipartimento del Lot, Midi-Pirenei). Diversi miracoli riguardano miracolati dell’area italiana: oltre a un generico «lombardorum», si menziona un «Boamundus de Cariz, Vellensis» (probabilmente Boemondo di Carisio, Vercellese), fatto prigioniero durante la spedizione di Guglielmo IV di Monferrato contro Milano, un «miles nobilis, de Cherrum, Italie» (forse Cerro al Lambro, in provincia di Pavia), che deride i pellegrini italiani che si recano a Rocamadour trascurando i santuari nostrani dedicati alla vergine (ovviamente dovrà ricredersi), la figlia di quest’ultimo e un Anselmo di Ivrea[33].

Una coscienza che verrà meno solo in epoca moderna, quando con la controriforma e il consolidarsi degli Stati nazionali, i pellegrini (viandanti e mendicanti per vocazione, instabili e scarsamente controllabili) e i pellegrinaggi verranno visti come pericolosi per l’ordine pubblico e per l’ortodossia religiosa e pertanto repressi o contenuti a livello locale[34].

Forse è proprio questa coscienza che trascende le angustie del regionalismo che il Consiglio europeo vuole riscoprire e rilanciare, valorizzando gli antichi itinerari del pellegrinaggio medievale. Insomma, per dirla con l’Umberto Eco, il recupero di un «Medioevo prossimo venturo», che non sia visto come «barbarie di ritorno» o oscurantismo e sfacelo, bensì come culla dell’uomo occidentale moderno[35].


[1] Chi ha ripreso di recente il concetto, ormai classico di «area di strada», ampliandolo ed integrandolo con quello di mete di pellegrinaggio a rete, che caratterizzerebbero piuttosto i pellegrinaggi di tipo locale, è stato Giuseppe Sergi, cfr. G. SERGI, Appunti metodologici sulle tappe dei pellegrinaggi medievali, in Il faro di San Michele tra angeli e pellegrini, Atti del VII Congresso Sacrense, Sacra di San Michele 5-6 Giugno 1998, a cura di Antonio Salvatori, Stresa 1999, pp. 41-47.

[2] L’itinerario, da Roma verso Nord, si sviluppava grossomodo lungo la direttrice di: Sutri, Viterbo, Bolsena, San Quirico, Siena, San Gimignano, San Genesio, Lucca, Luni, Aulla, Pontremoli, Passo della Cisa, Fidenza, Piacenza, Pavia, Vercelli, Santhià, Ivrea, Aosta, Gran San Bernardo, Losanna, Pontarlier, Besançon, Bar sur Aube, Chalon sur Marne, Reims, Arras, Bruay, Calais (cfr. STOPANI R., Le grandi vie di pellegrinaggio del Medioevo. Le strade per Roma, Firenze 1986, pp. 55-61, ma anche per gli itinerari citati in seguito).

[3] Anche San Dunstano ricorda: Bolsena, Siena, San Gimignano, Lucca, Piacenza, Pavia, Vercelli, Aosta e poi la Champagne e L’Artois. Le tappe del viaggio di San Simeone le ricaviamo invece dalla sua vita, redatta da un monaco benedettino tra il 1016 e il 1024; da Pisa a Vercelli sono le stesse di Sigerico, mentre da Vercelli San Simeone preferisce ripiegare già verso Ovest, attraverso Torino, varcando le Alpi al Moncenisio, e dirigendosi verso Lione e Vienne.

[4] Si tratta di una raccolta di itinerari, enunciati sotto forma di dialogo tra due giovani (Tirri e Firri), verso Roma, composta tra il 1240 e il 1256. Gli itinerari descritti sono quattro e i primi due ci riguardano da vicino in quanto citano la nostra zona. Sia che si usi il Moncenisio per superare la barriera alpina (primo itinerario), sia che si usi il Gran San Bernardo (secondo itinerario appunto), le due prime strade confluiscono su Vercelli per poi, attraverso Mortara e Pavia, ridiscendere su Piacenza e il passo della Cisa.

[5] Si tratta di un opera del XIII secolo, ma che riprende una narrazione più antica, forse dell’XI secolo, che, in forma non sistematica, ambienta gli spostamenti militari carolingi lungo l’Italia grossomodo sulla direttrice di Sigerico. Relativamente al tratto che ci interessa cita Aosta, Ivrea, Pavia e Mortara. Cfr. MASCANZONI L., San Giacomo: il guerriero e il pellegrino. Il culto iacobeo tra la Spagna e l’Esarcato ( secc. XI-XV), Spoleto 2000, p. 198 e nota 122.

Il tratto in questione è confermato anche da fonti che oltrepassano i limiti cronologici medievali. Si tratta di itinerari che provengono o fanno capo alla Lombardia e che pertanto ripiegano su Vercelli da Novara. Tuttavia nessuno di essi si accosta al Po prima di Chivasso. Ricordiamo: l’Itinerario di Bartolomeo Fontana, del 1539, il Viaggio da Bressa a Santo Iacobo in Tolosa per mi Pandolfo Nassi, del 1523 e il Viaggio in Ponente a San Giacomo di Galitia e Finisterre, di Domenico Laffi, edito tra il 1673 e il 1681. Cfr per questi ultimi itinerari: CAUCCI VON SAUCKEN P., Il «vero cammino dritto de san Giacomo» e gli itinerari lombardi per Santiago de Compostela secondo la letteratura odeporica, in Le vie del cielo: itinerari di pellegrini attraverso la Lombardia, Atti del Convegno Internazionale tenutosi a Milano il 22 e 23 Novembre 1996, Milano 1998, pp. 23 ss. e PICCAT M., Pellegrini e Romei. Gli itinerari da Santiago a Roma attraverso il Piemonte, in «Piemonte Parchi», supplemento n. 1 al n. 9, Ottobre 1999, pp. 13-19.

[6] Cfr. per quel che concerne la variabilità storica dell’alveo del Po nella zona di Crescentino MARAGA F., MASINO A. e VIOLA E., Evoluzioni idrografiche del fiume Po nel tempo ultrasecolare.

[7] Canto attribuito a Guglielmo Giuggiola, Canto delle Lanze pellegrine, Ms. B. R. 230, ff 138v-139v, Biblioteca Nazionale di Firenze, trascrizione di Lusi F., Del cantar a libro… o sulla viola. La musica nel Rinascimento. Studi sulla musica vocale in Italia nei secoli XV e XVI.

[8] In Oriente si diffonderà la forma quadrata, a “tabernacolo” della rappresentazione del mondo, grazie all’opera del monaco alessandrino Cosma Indicopleuste, che nel VI secolo fonderà la cartografia greca al cristianesimo, sfruttando l’accenno dell’Apocalisse dei quattro angoli della terra (Ap., 20, 8). Il risultato sarà però una raffigurazione dello spazio terrestre altrettanto scarsamente realista e carica di simbolismo di quella di Isidoro.

[9] Cfr., sul significato simbolico della cartografia medievale e tardo antica, PAGLIANO C., ASOLE A. e ARENA G., Geografia e territorio nei secoli, Roma 1984, pp. 23-84 e ZUMTHOR P., La Mesure du monde, Paris 1993, trad. it., La misura del mondo. La rappresentazione dello spazio nel Medioevo, Bologna 1995, in particolare le pp. 309-335. Una buona raccolta di immagini di mappamondi è anche in AA. VV, Storia d’Europa e del Mediterraneo, IV, Il Medioevo (secoli V-XV), a cura di Carocci S., vol. VIII, Popoli, poteri, dinamiche, tavole fuori testo, Roma 2006.

[10] Il periodo della sua redazione è incerto: tra il II e il IV secolo d.C.; a noi è pervenuta attraverso una trascrizione del XIII secolo. Dunque nel pieno Medioevo la Tavola Peutingeriana era fruita comunemente. Cfr. LEVI A. e M., Itineraria Picta. Contributo allo studio della Tabula Poitingeriana, Roma 1967; WEBER E., Tabula Peutingeriana. Codex vindobonensis 324, Graz 1976; BOSIO L., La Tabula Peutingeriana. Una descrizione del mondo antico, Rimini 1983.

[11] Il romanzo di Renart la volpe, a cura di Bonafin M., Alessandria 1998, pp. 185-187

[12] Cfr. FENELLI L., Il tau, il fuoco, il maiale. I canonici regolari di sant’Antonio Abate tra assistenza e devozione, Spoleto 2006, pp. 154-174.

[13] Esempi di botteghe di questo tipo si possono ancora ammirare ad esempio a Spoleto.

[14] Cfr. LEGUAY J.-P., La rue au Moyen Age, Rennes 1984.

[15] Cfr. MACCABRUNI C., Laumellum centro di strada nel territorio Lomellino, in «De Stata Francigena» VII/2 1999, pp. 95-104.

[16] Tra gli itinerari tardo antichi che menzionano espressamente tale tratto di strada si possono ricordare: i Vasi di Vicarello, di epoca augusteo tiberiana, l’itinerario Antoniano, a noi noto in una versione del III secolo, e l’itinerario Burdigalense o Hierosolymitano, del 333 d. C., il quale descrive il percorso di pellegrini del tempo che da Bordeaux raggiunsero la Terra Santa.

Sulle strade romane dell’Italia Nord occidentale Cfr. CORRADI G., Le strade romane dell’Italia occidentale, Milano 1939, Tourin club italiano, Le strade dell’Italia romana (Guide cultura), 2004 e, relativamente al ponte sul Sesia, FOZZATI L. e PAPOTTI L., Nuove scoperte in Piemonte, in Strade romane ponti e viadotti, a cura di Quilici L. e Quilici Gigli S., 1996 e SAVINI A., Riflessioni sulla viabilità romana e medievale nel territorio lomellino, in «De Stata Francigena» VII/2 1999, pp. 87-94.

[17] cfr. Anonimo, Vita et miracula sancti Bononii abbatis locediensis, a cura di Schwartz G. e Hofmeister A., in Monumenta Germaniae Historica-Scriptores, Lipsiae 1934, vol. XXX, tomo 2, p. 1031.

la denominazione “San Michele e San Genuario di Lucedio” diviene corrente solo nel XII secolo. In questa sede useremo la sola intitolazione a san Michele, in quanto trattiamo di eventi relativi al monastero in questione che risalgono prevalentemente all’XI secolo.

[18] Cfr. MASSOLA G., Tracce di pellegrini lungo le rive del Po tra Torino e Casale Monferrato, in «De Strata Francigena», a cura del Centro Studi Romei, 1997, V/2.

[19] Cfr. Monaco SIRO, Vita di San Maiolo abate di Cluny, a cura di Spinelli G. e Tuniz D., Novara 1994, Libro III, pp. 75-80.

[20] Siro commenta la cosa ricollegando la spedizione punitiva al rapimento di Maiolo, anche se è probabile che abbiano giocato motivazione di carattere commerciale e relativa sicurezza nell’attraversamento dei valichi. Infatti le parole del biografo di Maiolo concludono proprio in tal senso: «così l’Onnipotente, annientati gli empi per i meriti del suo servo, rese libera e sicura per tutti la via che portava a Roma» (Ivi, p. 80).

[21] RODOLFO IL GLABRO, Vita di Guglielmo da Volpiano, a cura di Tuniz D., in Storie dell’anno mille, Milano 1981, p. 178.

[22] Guglielmo da Volpiano, nonostante fosse stato un oblato del monastero di San Michele di Lucedio, stava attraversando un momento di forte conflittualità nell’ambito della comunità monastica locediense per motivi legati agli schieramenti politici della sua famiglia, che in questa sede sarebbe dispersivo approfondire. Cfr., MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», in «De Strata Francigena», cit., Firenze 1999, VII/1, pp. 9-28.

[23] RODOLFO IL GLABRO, Vita di Guglielmo da Volpiano, cit., p. 177.

[24] Si veda il Capitolo LIII della Regola di san Bebedetto.

[25] Cfr. SERRA G. D., Contributo toponomastico alla descrizione delle vie romane e romee, 1927.

[26] La vita di san Genesio attore è un ottimo esempio, unitamente ai diversi racconti di giullari e saltimbanchi che onoravano Cristo e la Madonna coi loro giochi di destrezza e per questo ricevevano miracolosi gesti di riconoscenza da parte di statue e crocefissi (si veda il racconto relativo al volto santo di Lucca), di come la chiesa medioevale di fatto fosse sostanzialmente aperta alle classi emarginate per le quali nutriva una certa considerazione, nonostante le invettive di Tertulliano contro gli attori e il teatro in genere (cfr. De Spectacukis 5, 2; 8, 1-7; 9, 1-6; 12, 1-7)

[27] Si tratta del libro V del Codex Calixtinus o Liber Sancti Jacobi composto nel XII secolo da Aimericus de Picaud, monaco di Cluny, che illustra in modo sistematico e con abbondanti indicazioni, sia pratiche sia relative alle varie reliquie e chiese che si incontrano lungo il cammino, le quattro vie francesi che, riunendosi a Puente la Reina, in Spagna, convergono nel Camino per Santiago.

[28] Cfr. BUILLET A. e SERVIERS L., Sainte Foy Vierge et Martyre, Rodez 1900, p. 368.

[29] Cfr. L. LETO, V. BARALE, G. ROSSO, Parrocchie alla specchio. Vercelli 1996, pp. 133-134.

[30] Cfr. MASSOLA G., Tracce di pellegrini lungo le rive del Po tra Torino e Casale Monferrato, cit. e, per quel che concerne l’architettura e la storia del duomo di Casale in generale, CASTELLI A. e ROGGERO D., Il Duomo di Casale Monferrato, Casale 2001.

[31] La data della fondazione della Commenda templare di Santa Maria del Tempio, con annessa chiesa, è alquanto incerta. La località è però più volte menzionata nel XIII secolo. La chiesa medioevale venne completamente distrutta, dopo che era passata, come ogni possesso templare, ai Gerosolimitani in seguito alla condanna dell’ordine Templare, durante l’assedio di Casale del 1640. L’attuale chiesa, riedificata nel 1660, sorge sulle rovine di quella medioevale a tre navate.

[32] Cfr. TOSCO C., Architetture dei Templari in Piemonte, in I Templari in Piemonte dalla storia al mito (Atti del Convegno del 20 ottobre 1994), Torino 1994, p. 61.

[33] Cfr., Les Miracles de Notre-Dame de Rocamadour au XIIe siècle, a cura di Albe D. e Rocacher J., Rodez 1996, pp. 118; 180; 184-188; 234.

[34] Numerose sarebbero le indicazioni bibliografiche a tale proposito. Mi limito a citare, in quanto legato all’area piemontese, MASSOLA G., La devozione del pellegrinare lungo le rive del Po tra Medioevo e Controriforma, in «Tridinum», n. 2, Trino 1998, pp. 63-85. Ora in «De Strata Francigena», cit., Firenze 2003, XI/2.

[35] Eco, agli inizi degli anni settanta, aveva polemizzato con Roberto Vacca, autore nel 1971 del saggio Il medioevo prossimo venturo, sostenendo una visione del Medioevo che andava ben al di là dell’idea di un epoca di crisi e barbarie, bensì come riscoperta delle nostre origini e valori di fondo (cfr., ECO U., Il medioevo è già cominciato, in Documenti su il nuovo Medioevo, Milano 1973).

Relazione tenuta a Lamporo (Vercelli). Di prossima pubblicazione.

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