Pellegrini nel Medioevo. Lungo il cammino del pellegrino. Pellegrini lungo le nostre strade.

dicembre 17, 2000

Sottotitolo:

Guglielmo da Volpiano pellegrino alla Sacra di San Michele. Guglielmo da Vercelli pellegrino in Galizia e poi verso la Terra Santa. San Bovo, morto a Voghera, durante uno dei suoi annuali pellegrinaggi a Roma. Molti i pellegrini illustri che hanno calcato le nostre strade nel Medioevo, ma va ricordata anche la folla anonima di camminatori per devozione che ha lasciato «segni di presenza» sulle pietre delle nostre chiese.

Articolo:

Chiudiamo questa rassegna su pellegrini e pellegrinaggi nel Medioevo ricordando alcuni pellegrini della nostra zona o che hanno attraversato la nostra zona. Le fonti scritte, anche se molto avare ed approssimative per quel che concerne i particolari, ne ricordano diversi.

Guglielmo da Volpiano e Maiolo, abate di Cluny

Tenuto a battesimo dall’imperatore Ottone I nel 962, fu monaco a Cluny e poi abate di spicco, fondatore di svariate comunità monastiche, fra cui Fruttuaria (attuale San Benigno Canavese). I genitori, Roberto, di stirpe sveva, e Perinzia, nobildonna longobarda, lo «consacrarono a Cristo» – così il suo biografo, Rodolfo il Glabro – all’età di sette anni, nel cenobio di San Michele di Lucedio (presso Crescentino, località San Genuario). In tale monastero Guglielmo crebbe e studiò, prima a Vercelli e poi a Pavia.

Da San Michele di Lucedio Guglielmo, immediatamente prima del 986 (anno in cui conobbe Maiolo, abate di Cluny, anche lui, come già ricordato, frequentatore assiduo della nostra zona durante i suoi ripetuti viaggi verso Roma e Pavia, dove fondò e riformò diversi monasteri), intraprese un pellegrinaggio a San Michele della Chiusa, in Val di Susa. Il pellegrinaggio fu contrassegnato anche da uno dei primi miracoli di Guglielmo: mentre saliva l’impervio sentiero che porta alla sommità del monte Pirchiriano, «il cavallo che si trascinava dietro […] scivolò con uno zoccolo e finì fuori dallo stretto sentiero» precipitando in un burrone. Guglielmo, sia pur con «animo atterrito» per l’accaduto, si recò in chiesa a pregare «come se nessuna disgrazia gli fosse accaduta». In seguito un servo, mandato sul luogo della disgrazia a controllare, «trovò il cavallo che se ne stava in piedi incolume».

Guglielmo da Vercelli

Potremmo definirlo un pellegrino di «lungo corso». Nacque anche lui – come ci dice il suo anonimo biografo – da nobile famiglia vercellese, intorno al 1085. Rimasto orfano molto presto, si fece monaco, forse nel monastero di Santo Stefano, l’unico cenobio benedettino presente al tempo a Vercelli. Anche Guglielmo da Vercelli fu fondatore di comunità monastiche che nacquero all’insegna del rigore ascetico e di una rigida osservanza della Regola e della povertà: fu lui il fondatore della congregazione di Montevergine, in Irpinia, presso Avellino.

Prima però di diventare fondatore di comunità monastiche, Guglielmo fu pellegrino. Giovanissimo lasciò Vercelli pervaso dal «desiderio di visitare le sacre Reliquie» di San Giacomo, in Galizia, «con solo un mantello, e a piedi nudi», dormendo «sulla nuda terra», tanto che suscitò l’ammirazione di un pietoso fabbro che aveva costruito un ospizio per pellegrini e che gli offrì di restare con lui, per accudire alla chiesa che aveva intenzione di costruire in un suo podere. All’offerta Guglielmo rispose: «fin da piccolo ho desiderato di pellegrinare, visitando Santuari, e non voglio, perdonami, mutare tal proposito». In ultimo, per accontentare il fabbro che voleva a tutti i costi rendergli omaggio facendo qualcosa per lui, gli chiese di costruirgli un cilicio in ferro che portò per lungo tempo.

Tornato da Compostela, Guglielmo decise di partire alla volta della Terra Santa. Lo vediamo dunque in viaggio verso il sud dell’Italia, diretto a qualche porto di imbarco (Bari o Taranto). Nonostante Guglielmo fosse «tutto ardore e brame di portarsi a Gerusalemme», questo secondo viaggio andò a rilento: presso un certo Ruggero, a Melfi, iniziò lo studio della sacra scrittura con notevole profitto; soggiornò per due anni presso un soldato di nome Pietro e deviò dal suo percorso per conoscere Giovanni da Matera, eremita e fondatore di una congregazione monastica. Decisosi a riprendere il viaggio, nonostante il consiglio contrario di Giovanni, «giunto presso Oria fu preso e crudelmente bastonato da alcuni ladroni». Era il segno che Dio lo chiamava ad altro, da allora Guglielmo da Vercelli smise di pellegrinare per darsi alla vita eremitica.

San Bovo

Valoroso soldato provenzale, impegnato nel combattere contro i saraceni: forse ha partecipato alla spedizione contro la banda saracena che teneva la piazzaforte di Frassineto, località dei Monti Mauri, in Provenza appunto, nel 972. Ma il suo agiografo, che scrive tra il X e l’XI secolo, ce lo descrive come desideroso di condurre una vita di preghiera e di ascesi. Sconfitti i Saraceni Bovo poté finalmente realizzare il suo desiderio: abbandonò le armi e condusse vita eremitica, facendo voto di compiere un pellegrinaggio a Roma tutti gli anni. Egli, durante i suoi viaggi devoti, era solito portarsi dietro un mulo, segno della sua rinuncia all’uso del cavallo (simbolo della cavalleria e dell’arte della guerra), che però montava raramente, utilizzandolo piuttosto per farci salire malati e storpi, che non mancava anche di rifocillare. Sarà proprio durante uno di questi pellegrinaggi, intorno al 985, che Bovo morirà presso Voghera, divenendo oggetto di vivissima devozione.

I senza nome

Questi, alcuni dei pellegrini illustri che la nostra area ha visto transitare; ma quanti furono coloro che attraversarono la nostra terra nel lontano Medioevo, per recarsi a Roma, in Terra Santa o in qualche santuario particolare? Difficile quantificare. Certo è che la presenza sulle nostre strade e nei nostri borghi e città di questi vagabondi devoti senza nome doveva avere una qualche consistenza: San Simeone, come già ricordato, guarì il cavallo di un vecchio pellegrino nei pressi di Vercelli, azzoppatosi nell’attraversare un ponte sul Ticino ed è un’ipotesi che il Vercelli book sia arrivato a Vercelli nella bisaccia di un pellegrino anglosassone. Costoro non hanno lasciato diari o itinerari, come i Sigeric e i Nikulas di Munkathvera, e di loro le fonti parlano pochissimo e solo indirettamente. Forse però alcune incisioni (croci semplici e complesse, sagome di piedi o altro), praticate con occasionali oggetti appuntiti a lato dei portali e sui muri delle chiese, come se ne trovano a Sant’Andrea di Vercelli o sul sarcofago di San Paolo (ora al Museo Leone), possono essere lette come segni della loro presenza, al pari di quelli rinvenuti a San Michele del Gargano e nelle catacombe romane.

Writers medioevali, illetterati, ma euforici per aver raggiunto il luogo santo o per essere in cammino verso di esso e, pertanto, desiderosi di attestare in qualche modo la loro devota impresa. Quasi sicuramente è un pellegrino, probabilmente proveniente dalla Toscana o che, comunque, è stato favorevolmente impressionato da crocefissi su tavola, l’autore del simpatico Cristo, che pare sorridere, inciso all’esterno dell’abside di Santa Maria di Cornareto, presso Castelnuovo don Bosco, con ai lati del capo il sole e (forse) la luna.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 17 Dicembre, 2000, p. 6.

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