Pellegrini nel Medioevo. Lungo il cammino del pellegrino. Canti, rituali e abitudini.

novembre 12, 2000

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Diverse motivazioni spingevano il pellegrino medioevale a cantare lungo il cammino: mantenere il ritmo del passo, scacciare la monotonia e la fatica, celebrare degnamente l’arrivo nei luoghi sacri oppure attirare l’attenzione per ottenere ospitalità ed elemosina. La conquista del titolo di «re del pellegrinaggio», la pratica del refrigerium e dell’incubatio, il contribuire di persona alla fabbrica dei santuari visitati, erano poi momenti fondamentali del suo modo di vivere l’esperienza del pellegrinaggio.

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«E oltre / E sopra / Dio ci aiuta!». Queste le parole di uno dei tanti canti con i quali il pellegrino medioevale, come ricorda Raymond Oursel, era solito accompagnare il proprio cammino. Nulla di straordinario. Da sempre le azioni ripetitive (il lavoro dei campi, della tessitura o il camminare) hanno riprodotto la loro cadenza in canti o cantilene, utili anche ad alleviare la fatica e la monotonia.

I canti dei pellegrini

Ma il pellegrino medioevale non cantava solo per ritmare il passo. Il canto era anche un modo per esprimere la sua religiosità e la sua devozione nei confronti dei luoghi santi che visitava. Un canto tipico dei pellegrini romei, eseguito al momento di entrare in Roma, era quello che viene oggi ricordato col titolo Ad limina apostolorum. La prima strofa era un saluto alla «nobile Roma», «arrossata dal vermiglio sangue dei martiri / e bianca del candore dei gigli delle vergini»; seguivano altre due strofe dedicate rispettivamente a Pietro e Paolo, ai quali si chiedeva aiuto e intercessione presso Dio. Non importava se la melodia sulla quale le devote e pie espressioni di lode ai santi martiri romani venivano cantate era la stessa di un canto di ben diversa natura, nel quale un innamorato esaltava la bellezza e le grazie della propria amata, rimettendo tali «virtù» alla protezione divina («protegga le tue curve / colui che fece il cielo e le stelle, / e creò i mari e la terra»), ed esprimeva il suo desiderio di stare accanto all’amata, tanto che la «fuga» di lei lo faceva bramire «come un cervo quando scappa il piccolo».

Più tardi, nel XIV secolo, anche i pellegrini di Monserrat (Spagna) esprimeranno la loro devozione per la Madonna, vista come la madre di tutti, senza distinzione di ceto o di censo: infatti «ricchi e poveri, grandi e piccoli. / Ognuno si mette in cammino / per vedere con i propri occhi / e poi fa ritorno ricolmo di grazia».

Ma il canto per il pellegrino medioevale poteva anche essere finalizzato ad ottenere altri benefici oltre a quelli spirituali. In due canti del XVI secolo, povere pellegrine «di fangho brodolate» chiedevano «Caritate, amore Dei / […] / che da Roma siam tornate / dalli sancti giubilei». Altre, che invece a Roma erano dirette allo scopo di lucrare il «perdon sancto e divino», imploravano la «gente cortese» di fare «ben» nei loro confronti, in quanto «del ben che vui haremo, / ce farem tra via le spese».

Antichi rituali

Parallelamente al canto, il pellegrino medioevale, fin dall’epoca tardo antica, era solito praticare il refrigerium e l’incubatio. Si trattava di pratiche molto antiche e, senza dubbio, di origine pagana, consistenti rispettivamente nel consumare banchetti funebri presso le tombe e dormire nelle vicinanze di esse. «Per Pietro e Paolo Adgy[torius] ha fatto il refrigerium promesso», incideva sulla pietra lungo la via Appia un pellegrino dei primi secoli. Coppe da vino, con l’effigie di santi sul fondo, furono fabbricate a Roma durante tutto il medioevo. Anche l’incubatio è una pratica attestata non solo da Gregorio di Tour (VI secolo), ma anche da svariate vite di santi composte in epoca posteriore. Era facile dimenticare il senso mistico e religioso, di desiderio di vicinanza e familiarità col santo, di tali pratiche e trasformarle in momenti di gozzoviglia e baldoria. Forse è anche a queste degenerazioni che Abelardo pensava quando, nella sua Teologia cristiana, arrivava a dire che «il diavolo ritiene ancora insufficiente quello che viene fatto all’esterno dei luoghi sacri e introduce la turpitudine della scena nella stessa Chiesa». A nulla erano valsi i divieti, più volte ripresi e riproposti, di papa Damaso nella seconda metà del IV secolo, che proibivano i banchetti funebri e istituivano veglie disciplinate dal clero. Anche tali veglie erano spesso occasione per bisbocce e baldorie di vario genere, che non di rado erano alimentate dalla stessa euforia di aver raggiunto il luogo sacro tanto devotamente desiderato. Del resto, chi doveva gestire grandi masse di pellegrini con uno scarso, se non inesistente, senso della distinzione tra materiale e spirituale, era molto meno intransigente di papa Damaso: il capitolo di Conques (Francia) era molto meno severo nei confronti dei «canti sconnessi», che considerava espressione di una pietà popolare.

Consuetudini particolari

Altre abitudini e comportamenti particolari si erano sviluppati in relazione a pellegrinaggi specifici.

I componenti dei gruppi di pellegrini che si recavano a Compostela facevano a gara, nell’ultimo tratto di strada, a chi per primo raggiungeva la sommità del «Monte del Gozzo» dal quale si vedeva la città del santo. Chi per primo l’avvistava era proclamato «re del pellegrinaggio». Un uso analogo è attestato anche presso i pellegrini romei, solo che in questo caso l’altura ambita era Monte Mario.

Legati invece in modo particolare al pellegrinaggio a San Giacomo erano, come ricorda la Guida del pellegrino di Santiago, l’uso di piantare una croce sul passo di Cize pregando genuflessi in direzione della meta (uso che la Guida fa risalire a Carlo Magno) e quello di trasportare a spalle da Tricastela (località ricca di pietre da calce) a Santa Maria de Castañeda una pietra utile alla fabbrica della chiesa del santo (a Castañeda vi erano forni per la calce): un contributo alla costruzione ed alla manutenzione di chiese e strutture assistenziali, offerto con animo devoto dal pellegrino insomma. Forse anche il Raimondinus vilis del portale laterale destro del Duomo di Fidenza con bordone da pellegrino e gerla da carico e il pellegrino romeo (?), anche lui con gerla e secchia, della pieve di Fornovo potrebbero alludere a usanze analoghe, a partire dalle quali i pellegrini erano in qualche modo coinvolti nei lavori di manutenzione delle strutture legate ai luoghi di pellegrinaggio.

Un ultimo rituale va ancora collegato al pellegrinaggio a San Giacomo: l’uso «per amore dell’Apostolo» (così ancora la Guida) di lavarsi, in un fiume a due miglia da Compostela, «mentulas suas», cioè le parti intime, ed ogni sporcizia del corpo. Norma igienica, indispensabile prima di entrare in una città che era solita accogliere grandi masse di devoti itineranti, o abluzione purificatoria, come sembra volerla presentare la Guida? Con molta probabilità, ancora una volta, si ha un esempio in cui l’elemento materiale si fonde in modo indissolubile con il senso spirituale. Certo è che la pratica doveva avere una diffusione reale consistente, se il corso d’acqua di cui parla la Guida era al tempo denominato «Lavamentula».

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 12 Novembre 2000, p. 14.

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