Pellegrini nel Medievo. Camminare per devozione. Medagliette, stemmi, brandea e altro.

giugno 25, 2000

Sottotitolo:

Conchiglie, vere o di piombo, rami di palma, medagliette riproducenti santi, Cristo o la Madonna erano prova inconfutabile dell’avvenuto pellegrinaggio. Il valore affettivo di questi oggetti era tale per il pellegrino medioevale che spesso essi si trasformavano in brandea, cioè vere e proprie reliquie, con proprietà taumaturgiche. Un modo di vivere e pensare il pellegrinare che ha lasciato tracce persistenti nella religiosità popolare.

Articolo:

Se, come abbiamo visto il mese scorso, era l’abito che faceva il pellegrino, nel senso che il pellegrino medioevale si distingueva attraverso un look ben preciso, è anche vero che vi erano diversi tipi di pellegrini. Dante, nella Vita nuova, ci ricorda che le «genti che vanno al servigio de l’Altissimo», cioè i pellegrini, «chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, […] chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia […] chiamansi romei in quanto vanno a Roma». La distinzione non era solo verbale, il pellegrino medioevale era solito manifestarla anche esteriormente, attraverso tutta una serie di contrassegni che personalizzavano il suo abbigliamento. Si trattava di medagliette, souvenirs e oggetti vari che venivano raccolti o acquistati nei luoghi visitati e che il pellegrino si appendeva al cappello o al colletto della schiavina (o, più genericamente, portava con sé) a riprova dell’avvenuto pellegrinaggio. Oggetti che, nell’ottica di una stretta commistione – tipicamente medioevale – tra il sacro e il profano avevano una forte valenza religiosa e affettiva.

Medagliette, effigi e stemmi

Il più noto di questi oggetti era, senza dubbio, la conchiglia, che il pellegrino giacobeo era solito raccogliere a Finisterre, a pochi chilometri da San Giacomo di Compostela, luogo estremo della latinità che, al tempo, si affacciava su un mare infinito, quasi un al di là. L’iconografia è ricca di raffigurazioni di pellegrini che ostentano conchiglie nel loro abbigliamento. Si trattava del Pecten maximus, un tipo di conchiglia particolare che si trova solo sulla costa atlantica. Già nel XII secolo si faceva commercio di conchiglie sui banchi dei mercati di Compostela e, sul finire del secolo, si iniziò la produzione di conchiglie in piombo sotto il controllo monopolistico del vescovo della città. Il business era talmente allettante che il vescovo di Lugo, città a poca distanza da Santiago, nel XIII secolo produsse clandestinamente conchiglie da immettere sui mercati lungo il Camino.

Anche a Gerusalemme, nello stesso periodo, nella Via delle erbe si vendevano rami di palma, simbolo, da tempi immemorabili, del pellegrinaggio gerosolimitano. Famoso, al riguardo, è l’affresco di San Nikolaus in Tavant, che rappresenta un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa con bordone, bisaccia e ramo di palma.

Il pellegrino romeo non pare invece avere avuto contrassegni così esclusivi. Forse le chiavi che il probabile pellegrino-lavoratore della pieve di Fornovo porta appese alla cinta alludono ad un’insegna del pellegrinaggio romano, ma la documentazione in tal senso è scarsa. Senza dubbio tra i romei dovettero avere una certa popolarità le riproduzioni, su placche di metallo, stoffa o carta, del sudario della Veronica, ma medagliette con santi locali erano diffuse un po’ in tutti i luoghi santi.

Si trattava di oggetti che, oltre a rappresentare un comprensibile vanto per il pellegrino che tornava dall’impresa devota, partecipavano della santità dei luoghi in cui erano raccolti e dei santi che rappresentavano: nel 1120 pare infatti – si racconta nei Miracoli di Nostra Signora di Rocamandour – che una conchiglia di san Giacomo guarì un malato di difterite.

Oggi, in una società che distingue rigidamente tra spirituale e materiale, le madonnine fluorescenti e i Padre Pio di plastica hanno perso questo potere taumaturgico, anche se hanno mantenuto il carattere di business commerciale, che sovente non rispetta neppure le più elementari regole del buon gusto.

I brandea

Nell’ottica del desiderio di possedere un segno tangibile del proprio pellegrinaggio, un «pezzo» di quel luogo santo che con tanta fatica si era raggiunto e nel quale ci si era immersi fisicamente, sono da considerare anche i brandea, a tutti gli effetti vere e proprie reliquie. Gregorio di Tours (538 circa – 594) ci ha trasmesso la ricetta per ottenere brandea fai da te: «se si desidera portar via dalla tomba una reliquia, deve [il pellegrino] soppesare con cura un pezzo di stoffa e appenderlo all’interno della tomba. Poi pregare ardentemente e se la sua fede è abbastanza forte, la stoffa, una volta rimossa dalla tomba, si troverà ad essere così piena di grazia di Dio che sarà molto più pesante di prima».

Candele e olio delle lampade che ardevano presso la tomba del santo godevano della stessa considerazione di oggetti santi, tanto che nelle agiografie il furto di una candela dalla chiesa, narrato allo scopo di ammonire e scoraggiare tali atti (evidentemente assai diffusi), è un vero e proprio motivo ricorrente. Cera e olio erano addirittura ingeriti dai pellegrini, che speravano in tal modo di ottenere la guarigione dai loro malanni: san Francesco guarì Morico con «pillole» di briciole di pane impastate con l’olio della lampada che ardeva sull’altare della Vergine (Legenda maior). Anche la terra di Gerusalemme, calpestata da Cristo, veniva raccolta in sacchetti, magari da appendersi al collo.

Si trattava di comportamenti a rischio, che potevano degenerare: già alla fine del IV secolo la Croce di Cristo era sorvegliata a vista da sovrintendenti che avevano il compito di impedire ai pellegrini di baciarla, per evitare che coi denti ne staccassero dei frammenti, come nell’XI secolo farà Folco III, conte di Angiò.

La convinzione, tipica dell’immaginario del pellegrino medioevale, che il possesso o il contatto con oggetti provenienti dai luoghi santi producesse benefici materiali e spirituali insieme in qualche modo si è fissata ed è rimasta, quasi fossilizzata, tra le pieghe della moderna religiosità popolare. Non si spiegano altrimenti l’uso di appoggiare la mano (tanto da provocare una profonda impronta) sulla colonna cristologica del Portale della Gloria della cattedrale di Compostela o il piede consunto della statua di san Pietro a Roma. Non solo: esistono anche testimonianze precise, peraltro riguardanti la nostra area, che la fede nei brandea era, sul finire del XIX secolo, tutt’altro che estranea alla mentalità popolare: don Vittorino Barale, sacerdote della Diocesi di Vercelli, ricorda che da bambino, durante le sere trascorse nelle stalle, sentiva spesso narrare di una popolana di Pezzana che aveva fatto il giro delle chiese romane indossando contemporaneamente sette abiti, avuti da amiche che, non potendo partecipare di persona al pellegrinaggio, avevano pensato di far prendere un po’ d’aria santa al loro guardaroba.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 25 Giugno 2000, p. 9.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: