Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Look del pellegrino: bisaccia e bordone.

maggio 28, 2000

Sottotitolo:

Bordone e bisaccia erano compagni di viaggio e insegne del pellegrino medioevale. Bastoni di diversa foggia e grandezza erano d’aiuto nel cammino e utili come strumenti da difesa. La schiavina si affermò solo a partire dal XII secolo e, subito dopo, si diffuse l’uso del cappello a larghe tese, che riparava dal sole anche le spalle.

Articolo:

Il Medioevo fu particolarmente attento all’abbigliamento inteso come forma di espressione esteriore di identità e di ruolo sociale, tanto che era previsto, fin dal X secolo (Pontificale di Mayence, 950-962), al pari dei riti per la vestizione di religiosi e cavalieri, un rituale con cui il sacerdote consegnava al pellegrino le insegne caratteristiche del pellegrinaggio (bastone e bisaccia),.

Anche a partire dalle fonti iconografiche, sia pure assunte con cautela a causa della loro tendenza ad idealizzare la realtà, sembrerebbe che connotazioni essenziali del pellegrino fossero, originariamente, il bordone (bastone da cammino) e la bisaccia.

Il bordone

«Prendi questo bastone nel tuo viaggio nel nome del nostro Signore» recita la Messa votiva pro peregrinantibus del Missale Romanum tridentino. Abbiamo già visto come il bastone potesse servire anche come arma impropria per difendersi dai pericoli del viaggio, ma certo la sua funzione primaria era quella di sostegno e aiuto nel cammino, quasi un «compagno di viaggio», al pari dell’angelo di Tobia (Messa votiva pro peregrinantibus). La sua forma e le sue dimensioni erano in funzione di questo uso e in relazione al viaggiatore: stando alla famiglia di pellegrini poveri raffigurata sulla facciata del duomo di Fidenza sembrerebbe che le donne usassero bastoni che arrivavano all’anca, mentre quelli più alti (alla spalla o più), atti anche alla difesa, erano spesso in mano a uomini. Tuttavia tale ipotesi trova scarso fondamento, visto l’esiguo numero di pellegrine che l’iconografia riporta. Del resto, anche il sant’Antonio di San Petronio a Bologna e il forse Guglielmo da Volpiano dell’ambone della Basilica di Orta San Giulio hanno con sé bastoni di piccola taglia. Pierre-André Sigal considera queste diverse dimensioni come frutto di un’evoluzione della foggia del bordone: solo nel tardo Medioevo esso si sarebbe allungato, superando addirittura l’altezza di chi lo portava. Non mancano però esempi di bordoni di grandi e medie dimensioni anche nell’iconografia del pieno Medioevo.

Per quel che concerne la foggia, a parte la punta ferrata (che serviva per far presa sul terreno e per la difesa), si deve rilevare una certa ricorrenza della forma a tau (T). Alcuni studiosi ritengono che essa fosse il segno della dignità abbaziale, visto che questo tipo di bastone si trova quasi regolarmente fra le mani di sant’Antonio abate. La forma a tau non è però un’esclusiva connotazione iconografica di sant’Antonio abate e, specie nei bastoni che arrivavano alla spalla, doveva essere una foggia estremamente pratica, sia come appoggio in salita, sia con funzione di stampella.

I lunghi bordoni avevano poi, sempre secondo l’iconografia, una serie di optional miranti a rendere il viaggio confortevole. La parte alta serviva da appendioggetti, al punto che dal tardo Medioevo i bordoni vennero dotati di ganci, come mostra una miniatura della Cronica di G. Sercambi, che raffigura pellegrini a Roma durante il Giubileo del 1300. Questo tipo di bordone era quello al quale veniva appesa la zucca, con vino o acqua, che siamo abituati a vedere nelle raffigurazioni di san Rocco. Nel Cinquecento pare che al bordone si appendesse anche un drappo o fazzoletto per asciugarsi il sudore durante la marcia.

La bisaccia

La Veneranda dies, una parte del Codex Calixtinus, fornisce un’interpretazione simbolica della bisaccia che doveva essere: di piccole dimensioni in quanto il pellegrino doveva confidare in Dio e non nelle proprie risorse, fatta con pelle di animale per ricordare all’uomo che si doveva mortificare la carne, priva di chiusura perché il pellegrino doveva in ogni momento essere pronto a ricevere e a dare.

In effetti l’iconografia non rappresenta mai bisacce di grandi dimensioni e voluminose. Probabilmente la bisaccia non era l’equivalente del nostro zaino, ma piuttosto un porta documenti, per lasciapassare, lettere attestanti l’avvenuto pellegrinaggio nel caso di pellegrini penitenziali – che compivano il pellegrinaggio come punizione per qualche reato – o altro. Al massimo, essa poteva contenere un tozzo di pane, da consumare durante il viaggio, e il cucchiaio – la forchetta non esisteva ancora – per consumare i pasti negli ospizi. Tuttavia, il pellegrino raffigurato nella sala del pellegrinaio di Santa Maria della Scala a Siena attesta l’uso, quanto mai originale, di portare il cucchiaio appeso al cappello.

La schiavina e il cappello

In alcuni testi liturgici ricorrono anche formule di benedizione dell’abito del pellegrino che, in origine, doveva essere non dissimile dalle tuniche di uso corrente: al di sopra del ginocchio, fermata alla vita da una cintura e dotata di cappuccio. Una certa differenza di abbigliamento era senza dubbio dettata dal ceto sociale al quale il pellegrino apparteneva: molto sontuoso risulta essere l’abbigliamento della famiglia di pellegrini ricchi raffigurati a sinistra del portale del Duomo di Fidenza; se ad intraprendere un pellegrinaggio era un monaco, egli doveva indossare anche i calzoni, che restituiva lavati al suo ritorno (Regola, LV, 13).

La schiavina vera e propria sembra che si affermi solo a partire dal XII secolo. Consisteva in un indumento lungo sino ai piedi, ma aperto sul davanti per non impedire il passo. Verso il XIII secolo la schiavina perse il cappuccio, mantenendo solo un ampio colletto, e fece la sua comparsa il cappello a larghe tese (quello che vediamo spesso in testa a san Giacomo Maggiore).

La più antica raffigurazione di pellegrino col cappello è quella del calvario di Estaing, in Francia. Essa rappresenta un devoto ai piedi della croce con il cappello penzoloni sulle scapole, trattenuto da un cordone, che doveva servire anche per fermarlo al capo nelle giornate di vento. Il cappello a larghe tese era un efficiente riparo dal sole e copriva anche le spalle. L’uso di sollevare la tesa, sul davanti o ai lati (stile cow-boy), è ampiamente attestato dall’iconografia, come è pure attestato l’uso congiunto di cappuccio e cappello (affreschi di Santa Maria del Parto, Sutri). Forse anche l’ampio colletto della schiavina veniva alzato ed infilato sotto il cappello in giornate particolarmente brutte o durante l’attraversamento dei passi alpini. Del resto, anche le nostre mondine erano solite indossare il fazzoletto sotto il cappello di paglia.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 Maggio 2000, p. 13.

7 Risposte to “Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Look del pellegrino: bisaccia e bordone.”

  1. Franco Ferrario Says:

    La figura col bastone a tau sull’ambone di San Giulio a Orta NON è l’abate Guglielmo da Volpiano, il quale non fu mai pellegrino. Sarebbe stato disdicevole per un abate, specialmente per un abate a suo tempo quasi santificato come Guglielmo, esser rappresentato in abiti succinti, da viaggio, come il personaggio dell’ambone. Inoltre nella cristianità occidentale il bastone del’abate di norma è il oastorale, mai il Tau, che veniva usato, e solo nei primi secoli, più cher altro nei cenobi orientali. SA Milano, nel museo del castello, v’è un fregio che mostra una processione con in testa il vescovo, col pastorale, seguito dai “vecchioni” (=canonici?) che tengono il tau.


    • Gentilissimo Franco, La ringrazio per le cortesi segnalazioni e per le osservazioni che ha voluto farmi. Che la figura sull’ambone di Orta san Giulio non sia indiscutibilmente l’abate Guglielmo ne ero al corrente: si tratta solo di una ipotesi (unitamente a quella che si tratti di Ottone I o di un generico pellegrino), azzardata da B. Canestro Chioveda nel suo testo L’isola di san Giulio nella storia e nell’arte, Como 1963. Per altro questa autrice non reputa l’abbigliamento della figura in questione disdicevole, ma anzi, nel caso si trattasse di un generico pellegrino lo definirebbe di ceto elevato. Del resto, se non vado errato, la Regola benedettina prevedeva, per i monaco in viaggio, l’obbligo di indossare pantaloni o fasce gambali, dunque significa che indossavano tuniche succinte, più funzionali al cammino. Devo senz’altro però contraddirla sul fatto che Guglielmo non sia mai stato pellegrino: secondo il suo agiografo Rodolfo il Glabro, mentre era monaco a san michele di Lucedio (presso l’attuale Crescentino, nel Basso vercellese),«ottenne il permesso di recarsi per compiere una visita e per pregare al monastero di San Michele Arcangelo, situato, come è noto, tra le più alte cime delle Alpi». Si tratta della Sacra di San Michele, in val di Susa, santuario sulla via micaelica che da Mont Saint Michel andava al Gargano. Cio avveniva qualche anno prima del 988. Non ritengo che il compiere pellegrinaggi fosse disdicevole per un abate o vescovo, anche se santo o in odore di santità. Sono molti i santi pellegrini di alto rango: Willibald e i suoi fratelli, Bononio, Guglielmo da Vercelli (fondatore della congregazione di Montevergine) e molti altri. Anche sul fatto della foggia del bastone avrei qualche perplessità. Non dimentichiamo, come ho sostenuto anche sul mio libro L’altro Giubileo, la forma del bastone a «T» era alquanto comoda e funzionale, in particolar modo nei percorsi montani. Col bastone a forma di Tau è raffigurato, in san Petronio a Bologna, sant’Antonio abate; iconografia che si ritrova anche nella tavola di Giovanni d’Agnolo del 1414, conservata al Museo di Arezzo. Che il bordone a forma di tau fosse funzionale al viaggio è anche attestato da un arazzo del XVI secolo, raffigurante un pellegrino, conservato nella cappella di santa Marcgherita, nella chiesa di Saint Bertrand de Comminges (Pirenei francesi), così come attesta la cosa L’allegoria del colle della sapienza, raffigurata sul pavimento del Duomo di Siena. Certo quanto il tau fosse in uso per la sua forma funzionale o per la sua simbologia, diventa difficile dirlo. Spero di essere riuscito a spiegarLe le ragioni e i fondamenti delle mie affermazioni. Mi scuso per la frettolosità della risposta e la ringrazio ancora per l’attenzione.

    • Giorgio Massola Says:

      Sulla discutibile identità del pellegrino, o semplicemente viandante, dell’ambone di Orta san Giulio, concordo pienamente. Tanto che all’ipotesi che possa trattarsi di Guglielmo da Volpiano premetto un «forse». Non concordo invece sulle argomentazioni che escludono tassativamente che possa trattarsi di Guglielmo. La questione del «disdicevole» abbigliamento «succinto» da pellegrino mi pare più offendere una certa mentalità moderna che non quella medievale: Eldrado, abate della Novalesa, arriva ad essa in abiti da pellegrino e un affresco lo ritrae addirittura mentre si sfila la corta tunica da pellegrino, per indossare il saio monastico (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Architetture_religiose_della_val_di_Susa). Guglielmo da Vercelli, prima di fondare la Congregazione di Montevergine, è pellegrino a San Giacomo de Compostela e con un abbigliamento decisamente originale: un’armatura che gli fa da cilicio e che porterà per tutta la vita (cfr. MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli).
      In ultimo, Guglielmo da Volpiano non è vero che non sia stato pellegrino. Mentre è monaco a San Michele di Lucedio si reca in pellegrinaggio alla Sacra di san Michele, in val di Susa, con tanto di miracolo lungo la strada (cfr. RODOLFO IL GLABRO, Vita dell’abate Guglielmo)

  2. Giorgio Massola Says:

    Gentilissimo Franco,
    La ringrazio per le cortesi segnalazioni e per le osservazioni che ha voluto farmi.
    Che la figura sull’ambone di Orta san Giulio non sia indiscutibilmente l’abate Guglielmo ne ero al corrente: si tratta solo di una ipotesi (unitamente a quella che si tratti di Ottone I o di un generico pellegrino), azzardata da B. Canestro Chioveda nel suo testo L’isola di san Giulio nella storia e nell’arte, Como 1963. Per altro questa autrice non reputa l’abbigliamento della figura in questione disdicevole, ma anzi, nel caso si trattasse di un generico pellegrino lo definirebbe di ceto elevato. Del resto, se non vado errato, la Regola benedettina prevedeva, per i monaco in viaggio, l’obbligo di indossare pantaloni o fasce gambali, dunque significa che indossavano tuniche succinte, più funzionali al cammino.
    Devo senz’altro però contraddirla sul fatto che Guglielmo non sia mai stato pellegrino: secondo il suo agiografo Rodolfo il Glabro, mentre era monaco a san michele di Lucedio (presso l’attuale Crescentino, nel Basso vercellese),«ottenne il permesso di recarsi per compiere una visita e per pregare al monastero di San Michele Arcangelo, situato, come è noto, tra le più alte cime delle Alpi». Si tratta della Sacra di San Michele, in val di Susa, santuario sulla via micaelica che da Mont Saint Michel andava al Gargano. Cio avveniva qualche anno prima del 988. Non ritengo che il compiere pellegrinaggi fosse disdicevole per un abate o vescovo, anche se santo o in odore di santità. Sono molti i santi pellegrini di alto rango: Willibald e i suoi fratelli, Bononio, Guglielmo da Vercelli (fondatore della congregazione di Montevergine) e molti altri.
    Anche sul fatto della foggia del bastone avrei qualche perplessità. Non dimentichiamo, come ho sostenuto anche sul mio libro L’altro Giubileo, la forma del bastone a «T» era alquanto comoda e funzionale, in particolar modo nei percorsi montani. Col bastone a forma di Tau è raffigurato, in san Petronio a Bologna, sant’Antonio abate; iconografia che si ritrova anche nella tavola di Giovanni d’Agnolo del 1414, conservata al Museo di Arezzo. Che il bordone a forma di tau fosse funzionale al viaggio è anche attestato da un arazzo del XVI secolo, raffigurante un pellegrino, conservato nella cappella di santa Marcgherita, nella chiesa di Saint Bertrand de Comminges (Pirenei francesi), così come attesta la cosa L’allegoria del colle della sapienza, raffigurata sul pavimento del Duomo di Siena. Certo quanto il tau fosse in uso per la sua forma funzionale o per la sua simbologia, diventa difficile dirlo.
    Spero di essere riuscito a spiegarLe le ragioni e i fondamenti delle mie affermazioni. Mi scuso per la frettolosità della risposta e la ringrazio ancora per l’attenzione.


  3. […] bisaccia e bordone, in “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 maggio 2000, p. 13 (online: https://giorgiomassola.wordpress.com/2000/05/28/pellegrini-nel-medioevo-camminare-per-devozione-look-…).R. Oursel, Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari, Milano, 1997.E. Urech, […]


  4. […] G. Massola, Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Look del pellegrino: bisaccia e bordone, in “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 maggio 2000, p. 13 (online: https://giorgiomassola.wordpress.com/2000/05/28/pellegrini-nel-medioevo-camminare-per-devozione-look-…). […]


  5. […] G. Massola, Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Look del pellegrino: bisaccia e bordone, in “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 maggio 2000, p. 13 (online: https://giorgiomassola.wordpress.com/2000/05/28/pellegrini-nel-medioevo-camminare-per-devozione-look-…). […]


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