Cenni alle principali vie di pellegrinaggio nella “Legenda” di Guglioemo da Vercelli

aprile 16, 2000

Guglielmo da Vercelli, fondatore della congregazione di Montevergine, che fa capo al complesso abbaziale ed al santuario situati nel massiccio montuoso del Partenio nella Valle dell’Irpinia (nei pressi di Avellino), fu, in gioventù, per diverso tempo pellegrino.

Nato a Vercelli da nobile famiglia[1], intorno al 1085 egli intraprese in giovanissima età il pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela, durante il quale diede inizio anche a pratiche ascetiche che non abbandonerà più per tutta la sua vita. Al ritorno da Compostela, progetta di raggiungere la Terra Santa. Questo nuovo viaggio è interrotto da una pausa di studio delle sacre scritture[2] e da una breve esperienza di vita semieremitica presso il monte «Solicolo» (monte Serico di Atella, presso Melfi). Poco prima di imbarcarsi per Gerusalemme, Guglielmo si reca a Ginoso, presso Otranto, per incontrare Giovanni da Matera, anche lui eremita e fondatore della congregazione monastica di Polsano. Questo incontro sarà determinante per Guglielmo: in seguito ad esso sposerà definitivamente il modello di vita eremitica, abbandonando la pratica del pellegrinaggio. Il rapporto con Giovanni da Matera avrà un seguito, anche se le comunità monastiche fondate dai due santi saranno organizzazioni autonome e distinte.

Leggendo la vita di Guglielmo da Vercelli, si può avere l’impressione che l’iter spirituale che lo ha portato alla santità abbia preso le mosse proprio dalla devozione del pellegrinare, cioè da una religiosità diffusa e popolare, che concepiva il rapporto col divino in modo immediato e in termini molto vicini ad una visione materialistica di esso: solo le pratiche ascetiche, la mortificazione della carne, la meditazione della sacra scrittura e la vicinanza di maestri dell’ascesi (quali appunto Giovanni da Matera) avrebbero spinto Guglielmo a forme di devozione meno immediate e più raffinate. A ben vedere, però, l’originaria esperienza di pellegrino non verrà rinnegata o, in qualche modo, sminuita. Nel momento in cui Guglielmo decide di rinunciare al suo pellegrinaggio in Terra Santa, il suo biografo si limita a dire che «riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno», perché, come gli aveva predetto Giovanni, «la tua dimora qui è più utile per la salvezza dei fedeli»[3]. Si tratta, dunque, di vocazioni diverse e, nella pratica, inconciliabili e non di gradi crescenti nell’innalzamento verso la santità[4].

Nonostante ciò, la Legenda è piuttosto povera circa i particolari. dei viaggi per devozione fatti dal giovane Guglielmo, in special modo per quel che concerne gli itinerari scelti per il pellegrinaggio a San Giacomo. La cosa non stupisce se si considera che l’agiografo, redattore dei capitoli 1-16, era un monaco del Goleto, la seconda fondazione di Guglielmo dopo quella di Montevergine, che, come afferma Mongelli, non aveva troppa dimestichezza neppure con i luoghi nei dintorni di Montevergine[5], figurarsi nei confronti delle strade per Santiago.

Del pellegrinaggio in Galizia, l’agiografo ci dice solo che Guglielmo, «con solo un mantello, e a piedi nudi», «si pose in cammino» pervaso dal «desiderio di visitare le sacre Reliquie»[6]. Nessuna indicazione circa le reliquie venerate durante il cammino e tantomeno vengono menzionati i luoghi attraversati. Neppure quando si narra del suo incontro con un fabbro caritatevole, che dava accoglienza e ristoro ai pellegrini, ci è dato sapere il nome del luogo[7].

Visto il periodo, tra la fine del XI secolo e gli inizi del XII, e considerato il fatto che il più antico collegamento tra Vercelli e la Francia passava per il Gran San Bernardo, come attesta l’Itinerario di Sigeric del 990, si potrebbe pensare che Guglielmo abbia varcato le Alpi proprio al Gran San Bernardo. Ciò anche in considerazione del fatto che il Moncenisio, sia pure mai caduto in disuso[8], non vedrà intensificarsi il flusso di viandanti se non a partire dalla fine del XII secolo[9], periodo in cui è attestato anche il collegamento tra Vercelli e questo passo alpino[10]. Si tratta però di congetture[11] che, anche se fossero confermate, non farebbero luce sul resto dell’itinerario percorso da Guglielmo sul quale il suo agiografo, come si è detto, tace. Certo doveva essere una strada molto battuta dai pellegrini se il fabbro, di cui s’è detto prima, aveva deciso di allestire un vero e proprio ospizio per i viandanti, il quale elargiva pasti e disponeva di letti «ben apparecchiati», e progettava anche l’edificazione di una chiesa[12]. Pare anche che l’ospitalità del brav’uomo fosse tale che all’arrivo dei pellegrini lui stesso praticasse loro la lavanda dei piedi, secondo quanto prescritto dalla Regola benedettina[13].

La Legenda ci fornisce maggiori indicazioni riguardo al secondo pellegrinaggio di Guglielmo – quello mai portato a termine – in Terra Santa, ma anche in questo caso non bisogna aspettarsi ampie e dettagliate informazioni: mancano completamente indicazioni relative al tratto da Vercelli al centro Italia. É probabile che Guglielmo sia sceso verso sud percorrendo la via che da Vercelli porta a Pavia, Piacenza, il passo della Cisa, Lucca, Siena e poi abbia voluto visitare la tomba degli apostoli Pietro e Paolo e il sudario della Veronica a Roma, ma possiamo solo supporlo. L’agiografo dimostra, al pari degli itinerari per San Giacomo, di ignorare questi tracciati. Rientrato dal pellegrinaggio Jacobeo, ci viene detto sbrigativamente che «si diresse a Melfi nella Puglia per la salute di molti»[14]. Da Melfi, dopo la pausa di studio e l’esperienza di isolamento eremitico, si reca, facendo una deviazione dal cammino, a Ginoso, Presso Otranto, dove Giovanni da Matera era a capo di un monastero da lui fondato[15]. Quando Guglielmo riprende il cammino si dirige verso Oria. Giunto nei pressi di questa località, «fu preso e crudelmente bastonato da alcuni ladroni»[16]. Evento, questo, non insolito per un pellegrino medioevale e infatti l’agiografo non si sofferma più di tanto sui particolari, limitandosi a fare una riflessione sul fatto che la Puglia non era ancora governata da Ruggero II, che avrebbe ripulito la zona dai briganti e riportato la pace. «Guglielmo in quell’avvenimento riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno, conforme [a quanto] gli aveva detto il servo di Dio» Giovanni[17]. Torna dunque da Giovanni da Matera ed interrompe il suo pellegrinaggio. Cessano così le indicazioni viarie della nostra fonte[18].

Poche e scarse indicazioni anche in questo caso: Melfi, Oria e, quale deviazione dal percorso prefissato, Ginoso. Tuttavia indicazioni sufficienti a farci capire che Guglielmo sta percorrendo grossomodo la Via Appia, o quello che ne restava nella prima metà del XII secolo, diretto al porto di Brindisi, da dove, con molta probabilità, intendeva imbarcarsi per Gerusalemme[19].


[1] Il Mercuro, che ha curato un’edizione della Legenda (Una leggenda medioevale di San Guglielmo da Vercelli, in «Rivista Storica Benedettina», I-II, 1906-1907) e una sua traduzione italiana, quasi integrale (MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, fondatore della Badia e della Congregazione di Montevergine, Roma 1907), azzarda, a partire da «un’antica e comune tradizione» (già menzionata da GIORDANO G. G., Croniche di Monte Vergine, Napoli 1649, p. 267), anche il nome della famiglia di Guglielmo: Volpi, estintasi intorno alla metà del cinquecento (cfr. MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 11, nota 1).

Sul nome della famiglia vedi anche il più recente lavoro di Mongelli, curatore dell’edizione critica della Legenda (Legenda de vita et obitu S, Gulielmi confessore, a cura di Mongelli G., in «Samnium»), MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, Montevergine 1960, pp. 30-31.

[2] Sulla questione della tardiva preparazione culturale di Guglielmo (la Legenda lo definisce «licteralis scientie prius ignarus») cfr. MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 33-37 e 57-58.

[3] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 24-25.

[4] Cfr., MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 25 e 46.

[5] Cfr. Ivi, pp. 11-12 e anche MONGELLI G., La prima biografia di S. Guglielmo da Vercelli fondatore di Montevergine e del Goleto, Lioni 1979

[6] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p.16.

[7] Viene detto semplicemente che «secondo l’uso dei pellegrini, sul far della notte si recò ad una città per esservi ospitato» (Ivi, p. 16).

[8] Anselmo d’Aosta, nonostante la sua origine, nei suoi vari spostamenti al di qua e al di là delle Alpi, avvenuti perlopiù nel corso dell’XI secolo, sembra preferire il Moncenisio e il Monginevro (Cfr Atlante anselmiano, a cura di Marabelli C., in Anselmo d’Aosta arcivescovo di Canterbury. Lettere, a cura di Biffi I. e Marabelli C, Milano 1988, vol. 2, pp. 523 ss)

[9] Cfr. STOPANI R., Le grandi vie di pellegrinaggio nel Medioevo. Le strade per Roma, Firenze 1986, p. 50 e 81 e SERGI G., Potere e territorio sulla strada di Francia, Napoli 1981, cap. I.

[10] Come attestato ad esempio dall’Itinerario di Filippo Augusto di ritorno dalla terza crociata del 1191.

[11] Mongelli ipotizza, a partire da «fonti generali», ben altro percorso (MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 48-49), che però comprende anche la visita a «San Massimino», a venerare le reliquie della Maddalena. Nel XII secolo però si era ancora convinti che le reliquie della Maddalena fossero a Vezelay: solo nel 1279 i monaci di Saint-Maximin proclamarono il rinvenimento di nuove e veritiere reliquie della santa.

[12] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 19

[13] Ivi, p. 17.

[14] Ivi, p. 20.

[15] Ivi, pp. 23-24.

[16] Ivi, p. 24.

[17] Ivi, p. 25.

[18] In realtà il testo della Legenda menziona ancora altre località (Salerno, il castello detto di Mercogliano, Avellino ecc.), ma gli spostamenti di Guglielmo nell’ambito di esse non sono più a scopo devozionale e hanno una portata sostanzialmente locale.

[19] Cfr., MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., p. 56.

Sulla frequentazione medioevale dell’Appia e dell’Appia Traiana, nonché sui porti di imbarco pugliesi per la Terra Santa, si veda STOPANI R., La via Francigena del Sud. L’Appia Traiana nel Medioevo, Firenze 1992.

Apparso su “De Strata Francigena”, a cura del Centro Studi Romei, VIII/1, Firenze 2000, pp. 99-102.

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