Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione: le strade di casa nostra.

febbraio 27, 2000

Sottotitolo:

L’area tra Vercelli e le rive del Po quale punto di confluenza delle strade per Roma provenienti dai valichi del Gran San Bernardo e del Moncenisio. L’affermarsi della «strada di Saint-Gilles» (l’astense) a partire dal XII secolo. Il tutto nella chiara coscienza di trovarsi su percorsi devozionali a lungo raggio.

Articolo:

Che la nostra zona sia stata, fin dai primi anni dell’età d’oro dei pellegrinaggi medioevali, area di transito di pellegrini è ampiamente attestato. Basti rammentare la Vita sancti Symeonis monachi, composta probabilmente tra il 1016 e il 1024, in cui è narrata la guarigione, ad opera di Simeone, del cavallo di un vecchio pellegrino diretto a Roma, azzoppatosi durante l’attraversamento di un ponte sul Ticino, non lontano da Vercelli.

La zona tra Torino, Vercelli, Pavia ed Asti vide per tutto il Medioevo confluire i principali percorsi devozionali verso Roma e i porti d’imbarco per la Terra Santa.

San Bernardo e Moncenisio

Uno dei primi itinerari ad essere documentato è quello che fa capo al passo del Gran San Bernardo. Valicate le Alpi al San Bernardo, si scendeva lungo la Val d’Aosta toccando Saint Rhémy, Aosta e Bard (l’Itinerario di Nikulas di Munkathvera, del 1154, nomina anche Pont Saint Martin), per poi dirigersi su Ivrea, Santhià, Vercelli e di qui raggiungere Pavia, sia attraverso Mortara sia attraverso Cozzo e Lomello, per poi immettersi, tramite il passo della Cisa, nella via romea del Monte Bardone.

Accanto a questo itinerario, a partire dagli ultimi anni del XII e per tutto il XIII secolo, le fonti parlano di una seconda via proveniente dalla Francia e che faceva capo al Moncenisio. Questa, in territorio italiano, passava per la Novalesa, Susa, la Sacra di San Michele (frequentata perlopiù da pellegrini di ceto elevato), Avigliana, Torino, a cui si accedeva percorrendo grosso modo l’attuale Corso Francia. Da questo punto in avanti il tracciato si faceva più vago e fluttuante, vuoi per la natura pianeggiante del terreno, vuoi per le aree paludose che il Po continuamente ridisegnava lungo le proprie rive, rendendo sempre meno utilizzabile l’antica strada romana che correva lungo la riva sinistra. Le fonti riportano diverse deviazioni verso Vercelli: da Torino, attraverso Saluggia e Liverno Ferraris (Annales Stadenses auctore Alberto,1240-1256), o da Chivasso, attraverso Munt Milian (?) (Iter de Londino in Terram Sanctam di Matthew Paris, 1253).

Nel XIII secolo Vercelli offriva molte garanzie per il viaggiatore medioevale. In ogni caso, sulle rive del Po – che avevano visto transitare pellegrini già prima del Mille (Maiolo, abate di Cluny, si ferma nel monastero di San Michele di Lucedio, attuale San Genuario presso Crescentino, per ben due volte mentre si trova in viaggio per Roma) – il flusso di pellegrini non si è mai spento completamente. La presenza di pellegrini (non tutti di provenienza locale) a San Michele di Lucedio è ancora attestata dalla Vita et miracula sancti Bononii, composta intorno al 1040, e un certo movimento di essi doveva ancora esserci a metà del secolo successivo se Morano sul Po si dota di un ospedale gerosolimitano. A questo punto, non è forse azzardato ipotizzare che qualche pellegrino abbia avuto ospitalità anche nella nostra città, magari pernottando al riparo della maestosa volta del nartece del nostro Duomo, un tempo attraversato da una strada, come alcuni ospizi a cavalcavia.

La via di Asti

Dal XII secolo in poi, nella nostra zona, i percorsi a carattere europeo si moltiplicano: nel suo Itinerario Nikulas di Munkathvera menziona una «strada di Saint.Gilles», percorsa dai pellegrini provenienti dal sud della Francia, che troviamo poi parzialmente descritta nei secoli successivi dal Diario di viaggio dell’arcivescovo di Rouen Eudes Rigaud, del 1254 e da quello di Barthélemy Bonis, che si reca a Roma per il Giubileo del 1350. Si tratta di un percorso che, riutilizzando tratti di strada romana, si staccava da quello proveniente dal Moncenisio a Torino e, attraverso Moncalieri, passava per Villanova d’Asti, Asti, Alessandria, Tortona, Voghera e, evitando Pavia, si innestava sul percorso per Roma, come appunto ricorda Munkathvera, all’altezza di Piacenza. Un percorso che può essere scambiato per una via indipendente verso e dalla Francia solo a partire dalla crescente importanza che il porto di Genova andava assumendo per il transito di viaggiatori dalla Provenza (Iter de Londino).

I collegamenti

Vi era coscienza della portata europea di queste strade? Senz’altro sì: lungo esse si irradiavano importanti centri monastici che da sempre erano cresciuti in stretta correlazione con le vie di pellegrinaggio. E’ il caso di Cluny, che in qualche modo è presente a Fruttuaria (attuale San Benigno Canavese), a Robbio Lomellina e a Pavia, ma anche di Conques, abbazia posta su una delle vie francesi verso San Giacomo, che contava anche un priorato a Cavagnolo, di cui resta la chiesetta rimaneggiata, intitolata appunto a santa Fede. Santa Fede di Cavagnolo dimostra anche di essere particolarmente attenta ai percorsi devozionali ed all’assistenza ai pellegrini, fondando l’ospizio della Cadé di Viancino, presso San Germano Vercellese. Significativa al riguardo è anche la volontà del vescovo di Casale che, nel 1114, unitamente all’Abate di Breme e ad altri, aderisce all’iniziativa di Guido, vescovo di Pavia, per erigere un ospedale per pellegrini a Portalbera (in provincia di Pavia).

Ma anche il semplice pellegrino in viaggio non poteva fare a meno di avvertire continuamente di essere su una strada di lungo percorso: basti pensare alle dedicazioni a san Giacomo (ospedali di Trino e di Pontestura). La memoria del pellegrinaggio jacobeo ebbe una certa consistenza nella nostra zona, tanto che non è insolito incontrare la rappresentazione del miracolo dell’impiccato, episodio centrale nel contesto della devozione a Giacomo Maggiore, anche da noi (a Prelles, nel cuneese, alcuni affreschi della cappella di San Giacomo sembrano alludere agli esordi della vicenda, la quale è invece rappresentata nella sua totalità nel bordo inferiore del polittico Biffignandi del Duomo di Vigevano).

Neppure il richiamo al pellegrinaggio romano è assente. A Sant’Antonio di Ranverso, l’imponente affresco dell’andata al Calvario, dello Jaquerio, non dimentica di raffigurare, nell’angolo sinistro, la Veronica con in mano il sudario. Sappiamo dal Petrarca (Movesi il vecchierel) come, ancora nel XIV secolo, a motivare il pellegrinaggio a Roma fosse proprio la presenza di questa reliquia, che Sant’Antonio di Ranverso richiama espresssamente.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 27 Febbraio 2000, pag. 11.

Una Risposta to “Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione: le strade di casa nostra.”

  1. Fran Says:

    Qui, in francese, ci sono numerosi testimoni di pellegrini che camminavano sulle strade per i giubilei a Roma :

    http://www.villemagne.net/site_fr/rome-origine-du-pelerinage-romain.php


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