Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Gli itinerari di pellegrinaggio: strade europee.

gennaio 30, 2000

Sottotitolo:

Riutilizzo delle strade romane, riscoperta di antichi sentieri e creazione di scorciatoie, fanno della strada medioevale un’«area di strada».

Tra disagi e pericoli, reali od immaginari, il pellegrino medioevale percorre itinerari pensati per un’Europa senza confini.

articolo:

Il Roman de Renart fotografa bene la viabilità medioevale: Renart, la volpe, si apposta per far razzia su una «strada ferrata», cioè un’antica strada romana; all’arrivo di un convoglio di mercanti di pesce, Renart «percorre di nascosto i sentieri anticipandoli per ingannarli». Grazie a questo dedalo di percorsi alternativi, Renart riuscirà a farsi una scorpacciata di pesce, mentre a noi resta una testimonianza di com’era strutturata la viabilità medioevale: accanto al riutilizzo delle strade romane, ampie e lastricate, venivano riscoperti antichi sentieri o si tracciavano nuovi percorsi e scorciatoie che lo stesso viaggiatore segnava col suo cammino. I motivi di ciò erano diversi: la manutenzione delle strade lastricate era divenuta costosa dopo la caduta dell’impero romano e il loro deterioramento spesso obbligava a deviazioni, i tracciati fissi erano – come detto – rischiosi a causa di agguati di malintenzionati. Del resto, col diminuire dei commerci, si viaggiava sempre più a piedi o a cavallo e percorrere sentieri non era un problema.

Il Medioevo non conosce dunque il manufatto strada, riutilizza le vie già esistenti integrandole con fasci di sentieri dal tracciato fluido. Ecco perché gli studiosi della viabilità medioevale preferiscono parlare di «aree di strada» più che di strade in senso stretto. Gli unici punti di transito obbligati erano quelli naturali: valichi e guadi. I ponti romani furono i primi a rovinare e la loro ricostruzione, perlopiù in legno, non era impresa facile: la precarietà dei ponti in legno è ben attestata dall’altorilievo sulla facciata del Duomo di Fidenza, che racconta il crollo del ponte sullo Stirone e il conseguente miracolo di san Donnino che salva dall’annegamento una donna gravida. Un’alternativa poteva essere l’attraversamento con traghetto, ma sulla sicurezza di simili mezzi la Guida del pellegrino di Santiago (il libro V del Codex Calixtinus – XII secolo) ha diverse perplessità, vuoi per le tecnologie usate, vuoi per la rispettabilità e professionalità dei traghettatori. Anche a partire da ciò, si spiega come mai nell’immaginario medioevale spesso il ponte e il fiume siano associati al demoniaco ed abbiano bisogno della protezione dei santi, come indica il ricorrente racconto popolare del ponte edificato dal diavolo che chiede l’anima del primo passante quale ricompensa e viene ingannato dal santo che fa in modo che il primo a transitare sul ponte sia un animale.

Se da sempre il ponte e il fiume erano stati collegati al passaggio nell’aldilà ed alla dimensione escatologica, anche i valichi incutevano un certo timore: così John de Bremble, un monaco inglese che si trova a passare per il San Bernardo nel 1118, invoca Dio «Signore, riportami dai miei fratelli affinché possa dire loro di non venire in questo luogo di tormenti […] nel quale non si può posare il piede con sicurezza». Insomma, il pellegrinare nel Medioevo era tutt’altro che agevole, tra una natura scarsamente imbrigliata e strade in continua performance, «catturate» di volta in volta dall’edificazione di ponti (caso di Puente la Reina: punto di confluenza dei quattro percorsi francesi verso Santiago) o «respinte» dal decadere di luoghi di sosta e monasteri.

Questa situazione si riflette negli Itinerari medioevali, i quali spesso sono semplici elenchi di punti di riferimento tra cui si snodano percorsi indefiniti. Da essi emerge però un dato interessante: la portata della viabilità medioevale ha un respiro europeo e si irradia tra i tre capolinea religiosi che il pellegrino ben conosce (Santiago, Roma e Gerusalemme). Quando Aymericus de Picaud, autore della Guida del pellegrino di Santiago, fa partire i quattro percorsi francesi verso Compostela rispettivamente da St-Gilles, Le Puy, Vézelay e da Tours è perfettamente cosciente che si tratta di punti di partenza convenzionali. Di fatto, alle località suddette convergevano percorsi provenienti da est o da sud, come la Oberstrasse o il tratto della costa ligure, che confluivano sulla via di St-Gilles. Quest’ultima passava per Tolosa e attraversava i Pirenei a Sumport per raggiungere Puente la Reina passando per Jaca e Sanguesa. A Puente la Reina arrivavano anche le altre tre vie francesi, che, congiuntesi a Ostabat, superavano i Pirenei a Roncisvalle. Di qui il cammino (Camino) diveniva unico (la via costiera sarà usata sistematicamente solo dal XIII secolo): Santo Domingo de la Calzada, Burgos, Leon, Cebrero e Santiago. Verso est, attraversata la Pianura Padana, si poteva puntare su Gerusalemme, magari ricongiungendosi alle orme di Pietro l’Eremita, o imbarcarsi a Venezia, con formule di viaggio «tutto compreso», offerte dagli armatori veneziani fin dal XIII secolo. Altri tracciati incrociavano poi quelli ricordati sulla direttrice nord-sud. Quello di Sigeric, vescovo di Canterbury, che, tra il 990 e il 994, si reca a Roma, scendendo da Calais, per Reims, Losanna, varca le Alpi al Gran San Bernardo e, dopo Piacenza, imbocca la via del Monte Bardone (passo della Cisa), strada longobarda, e raggiunge la meta passando per Lucca, Siena e Sutri. Ma ci sarà chi, sempre diretto a Roma, partirà da una località molto più a nord: l’abate islandese Nikulas di Munkatvera, il quale, nel 1154, raggiungerà via mare Alborg, per poi scendere a Stade, Strasburgo, Basilea e varcare anche lui le Alpi al Gran San Bernardo per poi seguire, nel tratto italiano, il percorso di Sigeric. Gli Annales Stadenses, della metà del XIII secolo, attestano un ampliamento verso est dei percorsi nord-sud, con conseguente uso del Brennero come valico verso Roma. Da Roma, attraverso la Traiana, si potevano poi raggiungere i porti di Taranto e Bari, anche questi punti di imbarco per la Terra Santa (Filippo Augusto vi sbarca di ritorno dalla Crociata nel 1191), o, con una deviazione, raggiungere San Michele del Gargano, meta di pellegrinaggi fin dal VII secolo, a cui Mont-Saint-Michel si ricollega idealmente, creando così un asse nord-sud dedicato al culto micaelico.

Come si vede, si tratta di una rete viaria pensata in chiave religiosa e tendente ad espandersi in modo unitario. Guardando le moderne carte stradali dei paesi europei salta agli occhi come le corrispondenti strutture viarie abbiano subito l’influenza dei particolarismi nazionalistici dell’età moderna e solo eccezionalmente ricalchino i tracciati medievali, che il Consiglio Europeo ha voluto riscoprire promuovendo l’itinerario di Sigeric a «Itinerario culturale di valenza europea».

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 30 Gennaio 2000, p. 11.

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