Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio

dicembre 13, 1996

Introduzione alla vita.

Il documento che ci accingiamo a proporre in traduzione è un testo agiografico, corredato da un elenco di miracoli operati in vita e dopo la morte, che narra le vicende di San Bononio, abate di San Michele di Lucedio (1). Bononio fu chiamato a dirigere il cenobio di Lucedio poco prima del 997 dal vescovo di Vercelli Pietro. In seguito alla morte di questi, per mano di Arduino di Ivrea (997), Bononio si rifugia in Toscana, per tornare alla direzione di San Michele di Lucedio solo nei 1001, e restarvi fino alla morte (1026). Dopo la sua morte l’allora vescovo di Vercelli Arderico si fa subito promotore, presso il papa, per ottenere la santificazione.

La Vita et miracula Sancti Bononii abbatis locediensis nasce, per mano di un anonimo monaco di Lucedio, proprio in questo periodo e col probabile scopo di sostenere l’istanza di Arderico.

Di essa esistono diversi manoscritti, dei quali almeno tre sono presso la biblioteca capitolare di Vercelli e risalgono al XIII-XIV secolo, mentre il più antico, XI (XII) secolo, si trova a Roma. Il manoscritto, che contiene la vita e i miracoli del Santo, antepone a queste due parti anche un prologo (alla vita ed ai miracoli); si può pertanto dire che le parti dell’opera sono: prologo alla vita, vita, prologo ai miracoli e miracoli (suddivisi in: miracoli in vita e dopo la morte). Non tutti i manoscritti che possediamo però rispettano tale struttura; spesso manca­no un prologo o entrambi (in particolare sono privi di prologo quelli vercellesi). In alcuni casi poi compare solo la vita (2).

Gli studiosi sono abbastanza concordi nel ritenere che la Vita sia stata composta non molto tempo dopo la morte di Bononio, in ogni caso non dopo il 1041-1044, periodo in cui è da far risalire la morte di Arderico, che con molta probabilità l’aveva sollecitata e promossa. Meno scontata, invece pare essere la data di composizione dei Miracula. G. Schwartz, basandosi su due passi di essi (3), ritiene che almeno l’elenco dei miracoli avvenuti dopo la morte sia da datare molto più in là degli anni ’40.- Mentre Hofmeister, unitamente a W. Franke, ritengono che la stesura non abbia subito interruzioni di tempo e che, nel complesso, non sia lecito datare tutto il corpo oltre il 1030(4).

Va anche segnalato, per pura curiosità, che esiste anche una vita di San Bononio che risale al XVIII secolo e che è opera dell’abate camaldolese Guido Grandi. L’autore dichiara di riferirsi, ad una agiografia del Santo ad opera di un certo monaco Rotberto. Si tratta di un falso. Nessun manoscritto noto riporta tale nome come quello del compilatore. Il Grandi, servendosi del paravento di un manoscritto inesistente, intreccia liberamente la vita di Bononio con quella, per molti aspetti simile, di Romualdo, del quale immagina che Bononio sia stato discepolo (5).

Al di là delle questioni di carattere testuale può forse essere interessante discutere, anche se brevemente, i motivi che possono aver indotto il vescovo Pietro a chiamare Bononio alla direzione del cenobio di San Michele di Lucedio. Come emerge dalla Vita i due si erano conosciuti in Egitto, dove Bononio aveva usato tutta la sua influenza per ottenere presso il califfo la liberazione di Pietro e dei suoi compagni, che aveva poi accompagna­to per un lungo tratto nel viaggio di ritorno. Si può ipotizzare che la nomina sia stata semplicemente un gesto di riconoscenza da parte del vescovo nei confronti del suo salvatore?

Certamente è stato anche questo, ma non solo questo. Pietro aveva avuto modo di conoscere bene Bononio, di apprezzare a fondo il duplice aspetto della sua persona­lità, peraltro comune al modello di santità del tempo (che cercheremo di chiarire meglio in nota), quella che Tabacco definisce come l’alternarsi ed il compenetrarsi dell'”aspirazione all’isolamento religioso e l’attitudine a disciplinare comunità, ad amministrare patrimoni, a costruire nuclei di potere” (6). Quando il vescovo di Vercelli sceglie Bononio come abate di Lucedio che, non dimentichiamolo, controllava quasi interamente i terri­tori del basso vercellese (7), non lo fa solo per dimostrare la sua riconoscenza all’uomo che lo ha liberato dalla prigionia. In Bononio Pietro intravede l’uomo giusto e particolarmente idoneo a ricoprire un ruolo dirigenziale di notevole responsabilità.

Non pare però che l’abbaziato di Bononio coincida con un momento di particolare ampliamento dei beni del monastero di San Genuario. E’ vero che, come osserva la Cancian, “la bolla papale del 18 maggio 1151 e il diploma imperiale del 12 gennaio 1159 dimostrano che il patrimonio abbaziale si ingrandì notevolmente dopo l’età ottomana” (8), ma è anche da considerare che il diploma di Corrado II del 7 aprile 1027 (l’anno dopo la morte di Bononio) conferma, pur con maggiore dovizia di partico­lari, il patrimonio già censito dal diploma di Ottone HI del 7 maggio 999 (9).

L’abilità diplomatica di Bononio non sembra dunque accrescere il patrimonio di San Genuario: l’unico documento, del 1026, che si possiede relativo a una donazione al monastero (da parte di Ingulberga e dei figli) è relativo ad un solo iugero di terra arativa sita nei pressi della località Grasso.

Questo non significa che le sue abilità pratiche non siano servite o siano rimaste inutilizzate per quel che concerne la zona di Lucedio (10): San Genuario, agli inizi del mille, è già da tempo un ricco monastero che domina e controlla, come già detto, tutto il basso vercellese. Può darsi che il Vescovo Pietro non intendesse rilanciare o accrescere i domini di San Genuario col chiamare alla direzione di esso Bononio, ma semplicemente dotare l’abbazia di un capace amministratore, che sapesse, all’occorrenza, far valere i privilegi e l’autorevolezza della comunità monastica.

Del resto ad influire sulla nomina di Bononio ad abate di San Genuario possono essere state determinanti anche ragioni d’ordine spirituale e di obbedienza all’autorità del vescovo. Dalla Vita dell’abate Guglielmo di Rodolfo il Glabro, risulta che poco prima del 987 Guglielmo da Volpiano si ribella apertamente al giuramento di fedeltà al vescovo di Vercelli, rifiutando addirittura il diaconato, tanto che viene ufficialmente ammonito (11). Ora è vero che un monaco di Cluny non può che considerare questa dipendenza di un monastero da un vescovo alla stregua, come egli stesso la definisce, di “una consuetudine malamente invalsa”, per cui può aver enfatizzato la cosa. Ma il dubbio che il rifiuto di Gugliemo non fosse isolato e sporadico, cioè che all’interno di Lucedio vi fossero delle fronde, più o meno consistenti, che mal sopportavano questa dipendenza dalla chiesa di Vercelli, può forse non essere infondato. Del resto nell’animo di Guglielmo, dopo il suo rifiuto, si insinua subito l’idea della indipendente Cluny come modello di vita monastica (12): non si tratta di un rifiuto inconsulto o diretto nei confronti della persona del vescovo, ma di un atto di disobbedienza che si inquadra in un preciso modello ideale di vita monasti­ca. Infatti Guglielmo “sempre più spesso meditava di poter trovare un altro monastero dove rifugiarsi per vivere più rigorosamente la vita monastica. Nel luogo in cui si trovava, infatti, il rigore dell’osservanza della regola era molto diminuito” (13). Quello del disattendere la regola può non essere un luogo comune e, soprattutto, non è disgiunto dalla ribellione di Guglielmo: forse proprio la dipendenza dal vescovo aveva escluso Lucedio dal movimento di riforma monastica che molti monasteri

avevano vissuto o avrebbero vissuto di lì a poco (sotto la guida di Cluny o di altri monasteri che in qualche modo promuovevano un ritorno alla regola sul modello propo­sto da Benedetto di Aniane). Forse nell’eremita Bononio il vescovo Pietro vide la persona giusta, atta a restaurare un certo rigore nell’osservanza della regola (la Vita sottolinea espressamente questa sua fedeltà alla regola benedettina), senza dover ricorrere all’autorità cluniacense, che avrebbe sminuito fortemente il controllo del mona­stero da parte della chiesa di Vercelli.

Anche in questo caso è difficile giudicare l’incisività dell’operato di Bononio. Poco ci dice in tal senso la Vita e scarse sono altre fonti. Certo anche la pressante richiesta al papa di santificazione può essere letta nel senso di ridare lustro spirituale alla comunità lucediense, ma è difficile dire se questa manovra sia riuscita. La personalità di Bononio che emerge dalla Vita lo farebbe supporre, ma il documento è parte essenziale di questa operazione di riforma morale e perciò poco attendibile.

Cent’anni dopo però analoghi problemi dovevano ripre­sentarsi, forse in un momento in cui l’influenza del vescovo non era più così forte, se a poca distanza da San Michele, San Genuario e San Bononio di Lucedio nasceva il monastero cistercense di Santa Maria di Lucedio e cominciavano le controversie tra le due abbazie. Ma questa, visto il tempo che intercorre, è un’altra storia.

PRINCIPALI EVENTI DELLA VITA DI BONONIO

-950 circa nasce a Bologna.

-Oblato presso il cenobio di S. Stefano di Bologna (forse cluniacense).

-Non prima del 975, dopo un pellegrinaggio in Oriente, si reca presso Babilonia d’Egitto a condurre vita eremitica.

– Il califfo al’Azi’z e sua moglie Maria, di religione cristiana, gli sono favorevoli e pare che goda di una certa influenza a corte.

-982 Ottone II, mentre combatte in Sicilia le forze dell’emirato, è sconfitto a Capo Colonne: tra i prigionieri, che vengono deportati in Alessandria d’Egitto, vi è il vescovo Pietro di Vercelli.

-Bononio si adopera per ottenerne la liberazione dei prigionieri e li accompagna per mare verso l’Occidente.

-Durante il viaggio si fermano a Gerusalemme e poi a Costantinopoli dove, sospettati per essere stati liberati dal califfo, vengono imprigionati e poi liberati per intercessione del clero locale.

-Il vescovo Pietro con i suoi compagni di sventura tornano in Occidente e Bononio va nel deserto del Sinai a riprendere la sua vita eremitica.

-Intanto era morto l’abate di Lucedio.

-Tra il 990-996 il vescovo Pietro chiama Bononio quale abate di San Michele di Lucedio.

-Nel 997 il vescovo Pietro è ucciso da Arduino di Ivrea.

-Bononio, fedele del vescovo e pertanto inviso ad Arduino, si rifugia in Toscana, presso il marchese Ugo, come abate di S. Michele di Marturi in Val d’Elsa.

-1001 Muore Ugo e Bonifacio, suo successore, invade il monastero di Marturi, al quale non conferma i benefici riconosciutigli dal marchese Ugo.

-Bononio torna a Lucedio al tempo del vescovo Leone. Poco si sa di questo secondo periodo di abbaziato, se non ciò che ci riferisce la Vita

-Poco prima del 1026 muore il vescovo Leone e gli succede Arderico.

-1026 (30 agosto) muore Bononio.

-Subito dopo Arderico si reca da papa Giovanni XIX per perorare la causa di santità.

-Torna e fa erigere un altare sul sepolcro di Bononio.

-1032-1044 Viene composta la vita di Bononio da un anonimo monaco di Lucedio.

NOTE ALL’INTRODUZIONE

(1) Con questa denominazione è da intendersi il monastero, comu­nemente noto come San Genuario (nome che è tutt’ora rimasto ad indicare la zona, nei pressi di Crescentino, dove viveva la comu­nità monastica in questione), che acquista quest’ultima dedicazione a partire dal IX secolo; la quale però non diverrà corrente se non nel XII secolo (cfr. P. Cancian, L’abbazia di San Genuario di Lucedio e le sue pergamene, Tori­no 1975, p. 13).

In ogni caso non è da confonder­si con Santa Maria di Lucedio, nei pressi di Trino, che è di fondazio­ne assai posteriore (1123, per vo­lere di Rainerio di Monferrato); anche se il Gallizia, a metà del settecento, vuole quest’ultimo monastero fondato nel 1050 circa sotto l’ordine benedettino per vo­lere di Bonifazio e, solo dopo la venuta in Italia dì Bernardo di Chiaravalle, trasformato in cistercense (G. Gallizia, Atti dei Santi che fiorirono nei dominii della Regia Casa Savoia, Torino 1756, vol.IlI, pp.186-187).

(2) Per informazioni più detta­gliate si veda l’introduzione, ad opera di A. Hofmeister, a Vita et miracula Sancti Bononii abbatis locediensis, in Monumenta Germaniae Historica-Scriptores*, vol. XXX, tomo 2, Lipsiae 1934, pp. 1023-1025.

(3) Le due espressioni, che segnaleremo in una apposita nota, fan­no pensare che l’autore scriva a distanza almeno di trenta o quarant’anni dal momento in cui sa­rebbe avvenuto il miracolo”.

(4) Cfr. A. HOFMAISTER, Op. .cit., p.1023 e W; FRANKE, Romuald von Camaldoli und seine Einsiedlerkolonien, Berolini 1913 * pp. 18-ss.

(5) La cosa è stata definitivamente chiarita da G. Tabacco, La vita di S. Bononio di Rotberto monaco e l’abate Guido Grandi, Torino 1954.

(6) G. Tabacco, Voce Bononio del Dizionario biografico degli italia­ni, vol. XII, p. 359.

(7) E’ da tenere presente che Lucedio, sui primi del X secolo, era stata oggetto di controversia tra le chiese di Vercelli e Novara; ciò conferma appunto la sua im­portanza (cfr. P. Cancian, Op. cit., pp.15-20).

(8) Ivi, p. 21.

(9) Cfr. P. Cancian, Ivi, p. 18.

(10) L’espressione “pro causa monasterii cum suis militibus in itinere”, che compare nei Miracula, ci fa anzi concludere nel senso contrario, tratteggian­do la figura di un abate energico e deciso nel difendere la “causa monasterii”.

(11) Così riferisce Rodolfo il Glabro: “Quando gli fu suggerito di comportarsi secondo questa usanza, Guglielmo, che sapeva parlare con eloquenza, rispose dicendo che, fatta eccezione per quelle cose che soltanto per volon­tà di Dio devono essere date senza ricompensa, cioè le cose spiritua­li, non poteva in alcun modo pren­dere seriamente in considerazio­ne di offrire a un vescovo qualsi­asi altro impegno di fedeltà; anzi, disse, un terribile giudizio del Salvatore minacciava coloro che davano tali consigli. E dopo aver così risposto rinviò completamen­te ciò che lo avevano esortato a fare. Subito dopo, però, venne fat­to oggetto delle corrosive maldi­cenze di coloro che gli avevano dato tali consigli, e il vescovo stesso lo ammonì, considerandolo ribelle alla sua autorità” (Rodolfo il Glabro, Vita dell’abate Guglielmo, in Storie dell’anno mille, Novara 1981, p. 177).

(12) Ivi, p. 178.

(13) Ivi, p. 177.

Vita e miracoli di San Bononio, abate di Lucedio (1)

III GIORNO DELLE CALENDE DI SETTEMBRE (2)

TRANSITO DI SAN BONONIO ABATE

INIZIA LA SUA VITA

[Prologo]

La spiegazione dei grandi avvenimenti non può essere compresa dalla mente dei piccoli, e il più delle volte capita che se si impegnano in questo, le loro forze, spinte oltre la loro capacità, vengono meno. E quanto più grande ed eccellente sarà l’argomento da trattare, tanto più verrà sopraffatto colui che non sa spiegare in modo chiaro ed evidente l’altezza di tali cose eccelse. E quindi, poiché in relazione alla testimonianza della sacra scrittura e ancor più alla sapienza e all’osservanza della legge di Dio ci sentiamo indegni di impegnarci a scrivere su questi misteri e cerchiamo umilmente e con timore di esimerci da tale compito, e siamo anche impreparati e indegni rispetto ai santi e indimenticabili padri che ci hanno preceduto, che cosa può esserci di strano se noi, paurosi del contagio dei peccatori e minorati dalla detestabile colpa dell’impegno quotidiano (3), ma presuntuosi di uscire indenni dalla nostra vita infangata dalla mancan­za di scienza e di pratica, sopportiamo mal volentieri quello che a noi è stato imposto dai confratelli? Macchiati al solito dal vizio, sotto accusa dalla testimonianza della coscienza, con quale temerarietà osiamo esporre la vita del santo Bononio, in tutto piacente a Dio, noi che non cessiamo mai di dispiacere a Dio? E poiché siamo in ogni modo incapaci di questo, nonostante l’aiuto della nostra conoscenza, arrossiamo di paura e ricordiamo quanto il Signore disse al peccatore: “Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza”? (4) Ma secondo gli ammonimenti dei servi di Dio, e in consonan­za ai loro sacri voti, ci accingiamo a tramandare alla memoria e a scrivere ciò che abbiamo conosciuto della vita e delle opere di un così grande padre, e questo faremo come ci sarà possibile secondo la capacità del nostro ingegno, senza alcuna presunzione, ma confidando nei meriti di questo nostro indimenticabile patrono e nelle preghiere di coloro che lo invocano (5).

INIZIA LA VITA DEL BEATO BONONIO ABATE E CONFESSORE (6)

I

Il beato Bononio nacque a Bologna e in questa città, fin dalla fanciullezza (7), si mise al servizio di Dio secondo la regola monastica. In mezzo ai suoi trastulli spiccarono numerosi e cospicui i suoi atti di virtù. Fin dalla prima età, riflettendo su quanto avrebbe fatto in avvenire, poiché aveva appreso che il fondamento della vita del sapiente è la meditazione della morte, ogni giorno moriva al mondo per vivere per Cristo.

II

Si era reso conto che, secondo le affermazioni delle scritture, quattro erano le principali virtù da raggiunge­re: la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, così connesse è coerenti tra di loro, che se ne manca una, mancano tutte. E tutte le ebbe il nostro venerabile uomo, e ognuna in modo eminente. Si mise dietro alle spalle il mondo e le sue opere, aderì al Signore, disprezzò i giudizi secolari (8). Aveva letto infatti che la prima virtù del monaco consisteva nel non tenere in alcun conto i giudizi degli uomini, e nel richiamare costantemente alla memo­ria l’affermazione dell’apostolo: “Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo” (9).

III

Dopo aver trascorso alcuni anni nella stessa città nel monastero di santo Stefano crocifiggendo la propria carne e crescendo nella perfezione di vita e di costumi, aspirando ai carismi più grandi, intraprese una vita più eccellente. Se ne andò dalla sua terra, dai suoi parenti, dalla casa paterna e scelse un luogo solitario oltre il mare presso Babilon. Qui mise a freno il proprio corpo con una vita più dura e oltremodo impegnata e da buon combat­tente vittorioso si oppose a tutti gli allettamenti della carne (10).

IV

Spandendosi quindi la sua fama come profumo (11) per tutto l’Egitto, i principi Egiziani e una cospicua parte del popolo incominciarono a circondarlo di straordinario affetto, fino a lasciargli la libertà di agire come voleva. E siccome questo accadeva in molte circostanze, lieto il santo padre Bononio rese grazie a Dio, e per suo merito la ferocia barbarica si placò e si convertì in calma bontà e riuscì a restare intrepido in mezzo alla violenza dei barbari per portare a termine tutta la missione cristiana. Per prima cosa mise come fondamento spirituale delle sue virtù l’impresa di riparare le chiese rovinate dalla devastazione barbarica. E ne riparò parecchie, costruì un monastero, e vi pose l’abate e i monaci, e diresse la loro vita secondo la regola di san Benedetto (12).

V

Passava di luogo in luogo, seminava la parola di Dio, accresceva la fede dei credenti, e splendendo per la loro formazione con i segni di molti miracoli portava altri alla fede, e come il campo della terra buona dava frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Salito un giorno in compagnia dì mercanti di quella regione su una nave diretta ad Alessandria, improvvisamente si trovarono disperati nel mare sconvolto da una impetuosa ed inevitabile tempesta, e tutti, in mezzo ad un rischio così grande, gridavano dicendo; “Servo di Dio, ecco che periamo miseramente, tu con noi, ma secondo la tua predicazione crediamo nel tuo Dio. Se lo pregherai, egli ti libererà e noi con te, e una volta salvi facciamo voto di ricevere subito il sacramento del battesimo, e di credere completamente in questo tuo Dio”. Alla sua preghiera immediatamente si placò la violenta burrasca del mare e la nave, diretta da Dio, con una tranquilla navigazione raggiunse, secondo il loro desiderio, il porto di Alessandria (13). Usciti dalla nave, scampati per divina potenza a quel mortale pericolo, l’uomo di Dio amministrò loro il sacramento del battesimo. Per tutta Alessandria si diffuse la sua fama beata, poiché il Signore, per sua intercessione, operò molti miracoli. E perché il favore popolare, come spesso accade, non ne turbasse la mente con il veleno della superbia, egli di nascosto abbandonò quella città e, ritornato nella prece­dente solitudine di Babilon, si dedicò alle veglie, ai digiuni, alle preghiere e a tutte le altre opere sante, insegnando a numerosissime persone le vìe della vita e, da uomo giusto, si fece tutto a tutti per salvare tutti (14).

VI

Non avvicinava i potenti con l’adulazione né respingeva con sdegno i superbi e gli arroganti, avendo sempre presente quell’invettiva con cui il Signore aveva minac­ciato i seduttori del popolo: “Guai a quelle che imbotti­scono cuscini per ogni gomito e guanciali da testa per ogni età per dare la caccia alle anime; ecco io le strapperò dalle vostre braccia e libererò le anime che voi avete catturato come uccelli” (15). Egli aveva imparato a non esaltare le cose favorevoli né a reprimere le cose avverse. Aiutava i poveri, ammoniva i ricchi a fare del bene (16). Non aveva morbidi letti, ma era solito riposare, se così si può dire, sulla nuda terra, ricoperto dal cilicio e con una pietra sotto il capo, e notte e giorno continuava senza interru­zione la preghiera e mortificava le proprie membra secondo il detto di Davide: “Ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto” (17).

VII

In quel tempo una grande sventura si era abbattuta sull’Egitto: tra il re degli egiziani e il re dei Romani era scoppiata la tempesta di una gravissima discordia; scesero in battaglia; caddero molti egiziani; parecchi romani perirono e tanti (18), in seguito a questi avveni­menti per nulla favorevoli ai cristiani, furono condotti in prigionia. Tra di essi si trovava Pietro (19), il venerando vescovo di Vercelli, di santa memoria; incatenato e gettato in carcere, egli, spinto da grave necessità, con molta circospezione cercava se per caso avesse potuto trovare in quella regione un cristiano che lo aiutasse a riprendere la libertà, e pietosamente non tralasciava di invocare questo dal Signore. Ma poiché è certo, anzi certissimo, che Dio non abbandona coloro che sperano in lui, egli apprese per divina rivelazione che in quello stesso luogo si trovava san Bononio. Il vescovo pregò devotamente il santo di raggiungerlo e gli comunicò ordinatamente la causa della prigionia e della miseria propria e degli altri. Infine, perché fosse usata misericor­dia a sé e agli altri, supplicò di essere sciolto dalle catene dei pagani, di essere liberato da quella durissima prigio­nia e di poter tornare, sotto la guida di Dio e di san Bononio, alla patria terra. Allora il santissimo padre pagò il riscatto (20) ai carcerieri e fece sostare in un luogo di quiete i prigionieri perché si ritemprassero.

VIII

Un giorno, mentre il re di Babilon passeggiava tutto allegro in un luogo piantato ad alberi, dai quali stillava balsamo (21), i più gentili dei suoi familiari, per ispira­zione di Dio che li spingeva a praticare una certa regola di mutuo accordo (22), supplicavano lo stesso re di consentire ai desideri di san Bononio, cioè di inviare a lui, liberi dalle catene del carcere, i prigionieri cristiani, e concedere con benignità ad essi di ritornare in patria con lo stesso beatissimo amico di Dio. Allora il re spinto dalle preghiere della moglie e dei familiari, acconsentì ai desideri di san Bononio, gli rese i prigionieri che aveva presso di sé e in più gli concesse una nave con cui ognuno potesse ritornare a casa e tutto quanto era necessario ai naviganti (23).

IX

San Bononio, salito sulla nave, raggiunse Gerusalemme e, proseguendo il cammino, pose la sua dimora sul monte Sinai affinché, come Mosè un tempo vi aveva ricevuto la legge di Dio, nello stesso luogo il confessore di Cristo sarebbe riuscito ad avere la grazia dello Spirito santo. Poi venne a Costantinopoli. Qui i custodi del porto, vedendo una così grande moltitudine di prigionieri, pieni di paura temettero che contro di loro dei nemici preparassero attentati (24). Mandati dei segretari a palazzo, per editto imperiale furono tutti presi e messi in carcere. Quando gli adoratori di Dio di quella città conobbero per divina rivelazione il perché erano stati sequestrati, si impegna­rono presso le autorità imperiali affinché venissero liberati dall’ingiusta cattura e potessero felicemente proseguire il ritorno in patria. Il potere imperiale acconsentì alla richiesta; infatti misericordiosamente fece uscire tutti dal carcere e a spese dell’erario restituì loro la nave con cui erano arrivati insieme a tutto quello di cui avevano bisogno (25). Quindi con gioia ognuno ritornò a casa. Pietro, vescovo di Vercelli, fu reintegrato giustamente nella sua sede primitiva e vi presiedette per molti anni.

X

Nel frattempo il servo di Dio si era sottomesso alla legge divina sul monte Sinai (26); qui risplendettero i segni (27) delle sue tante virtù, e ricolmò del profumo (28) della sua santa reputazione tutta la vicina Gerusalemme. Non molto tempo dopo morì l’abate di Lucedio della diocesi di Vercelli, e in seguito a questo il sopra ricordato vescovo Pietro per mezzo di messaggeri inviati a Bononio lo richiamò a sé, e con tante e insistenti preghiere lo supplicò di succedere al defunto abate per presiedere secondo Dio alla abbazia e a tutti quelli affidati a lui (29). Bononio, avendo capito la volontà di Dio nei suoi confronti e non potendosi opporre oltre, diventato contro la sua volontà padre dei monaci (30), cominciò a splendere per le sue molte virtù. Ma l’antico nemico, che ha la prerogativa di opporsi totalmente alle buone opere, scatenò una guerra contro il santo pastore e scosse il monastero con la violenza di una tempesta (31). Egli, memore di quell’insegnamento evangelico: “Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un altra” (32), con umiltà evitò lo scandalo e se ne andò ad abitare in una contrada della Toscana. Qui rinnovò completamente il monastero e lo riformò secondo la legge di Dio e la regola di san Benedetto (33), e come ormai di solito accadeva in tutti i posti in cui andava, risplendette con la testimonianza di molti segni.

XI

Intanto nel luogo precedente si placò la tempesta e alla chiamata di Dio egli ritornò al monastero di Lucedio (34), affinché ivi, come albero piantato dalla benignità della celeste provvidenza, potesse espandere i rami della pratica religiosa. E poiché nel corso di parecchi anni rifulsero i molti segni delle sue virtù, quell’uomo angelico cercava sempre di restare nascosto, memore delle parole del Signore: “Quando avete fatto quello che vi ho ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare”‘ (35). Passò molto tempo alla costruzione della dimora di Dio con le pietre vive e con quelle materiali (36) e in tutte queste imprese si mantenne irreprensibile. Ormai era giunto il tempo di ricevere in ricompensa da Dio il premio della sua gara, e perciò, compiuta la sua opera, diede l’addio ai fratelli e rese lo spirito a Dio. Dopo la sua morte apparve evidente la grandezza e la bontà della sua vita. Infatti abbiamo notizia di molte malattie sanate presso il suo sepolcro e abbiamo la gioia di vedere che per suo merito di giorno in giorno la fede dei credenti diventa più solida (37), e come un tempo avveniva in virtù delle parole della sua sacra predicazione, così ora avviene per i segni dei miracoli. I demoni sono messi in fuga, i ciechi riacquistano la vista, i colpiti da qualsiasi specie di malattia vengono curati (38), e Bononio viene a gran voce annoverato tra la schiera dei santi in cielo.

XII

Dopo il suo transito, passati alcuni giorni, Arderico, venerabile vescovo della chiesa vercellese, illuminato dallo spirito di Dio, per favorire una conveniente devo­zione verso un così grande confessore di Cristo, con profondissima venerazione stabilì che sopra il suo sacratissimo corpo venisse eretto e dedicato un altare. Radunatosi quindi il clero e il popolo di ogni classe di età e di entrambi i sessi, il vescovo parlò su questo argomen­to, affinché i voti e le aspirazioni favorevoli della folla rafforzassero l’inizio di un così grande atto religioso (39). Con la competenza quindi del sacro pastore e con il consenso di tutto il gregge fu stabilito giustamente che lo stesso pio pontefice, affinché venisse ratificato il suo decreto e il consenso del popolo, chiedesse l’approvazione dell’autorità apostolica, che è superiore ad ogni autorità mondana (40). E perché la religiosità fosse più profonda e più. si espandesse la commemorazione del beatissimo Bononio, lo stesso memorabile vescovo andò a Roma, ottenne l’apostolica approvazione dal sommo pontefice e papa universale Giovanni (41) e, ritornato, con grandis­sima gratitudine e gioia di tutto il popolo, eresse e consacrò l’altare, con l’aiuto del nostro Signore Gesù Cristo, che con il Padre e lo Spirito santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

FINISCE LA VITA DI SAN BONONIO ABATE E CONFESSORE

NOTE ALLA TRADUZIONE

1) La versione qui proposta, curata da mio padre Francesco, è quella secondo il testo latino edito, a cura di G. Schwartz e A. Hofmeister, in Monumenta Germaniae Historica-Scriptores, cit., che Golinelli giudica “incompleta” e da integrarsi con l’edi­zione di J. Mabillon, in Acta Sanctorum Ordinis S. Benedicti, vol. VI, tomo 1, pp. 270-276 (Lutetiae Parisiorum 1701) (P. Golinelli, Città e culto dei santi nel Medioevo, Bologna 1991, p.137, nota 16). Edizione che Hofmeister aveva giudicato però “sti­lo mutato” (A. HofmeisteR, Op. cit., p.1024).

Si tratta di divergenze riguardanti la parte che narra dei miracoli di Bononio. Del resto anche il Tabacco non ritiene di dover integrare il testo edito nel 1934 con quello del Mabillon, che non cita neppure tra le fonti da lui considerate per la compilazione della voce Bononio del Dizionario biografi­co degli italiani (cfr. G. Tabacco, voce Bononio, in Op. cit., pp.359-360).

(2) La data della morte è indicata come 3 settembre 1026. Di fatto la ricorrenza del decesso del santo è fissata al 30 agosto e in questo giorno la collocano sia Hofmeister (cfr. Op. cit., p.1023) sia Tabacco (Voce Bononio, in Op. cit., p.359).

(3) “L’impegno quotidiano” come cau­sa di impedimento alla cultura ed all’attività intellettuale in genere si fisserà quale motivo ricorrente; com­pare ancora in Dante (Convivio, I,1). Anche se, in tempi di massima fioritura e sviluppo delle attività cit­tadine e comunali, la cosa non è da “vituperare, ma da escusare”. Per il nostro monaco del cenobio di Lucedio si tratta invece ancora di una “detestabile colpa”.

(4) Salmo 49 (50), 16.

La citazione biblica è una costante del genere agiografico. L’educazione monastica del resto prevedeva lo stu­dio mnemonico come base essenziale della conoscenza delle Sacre Scrittu­re, in particolare del Salterio che era recitato integralmente durante l’Uffizio.

(5) Nel complesso il prologo è un bell’esempio di topos della falsa mo­destia: ci si dichiara indegni, per livello culturale e morale, ad affron­tare l’argomento, si adduce a giusti­ficazione del fatto che comunque si intraprende la composizione dell’ope­ra la richiesta pressante dei confratelli (“imposto dai confratelli”), nel caso specifico probabilmente anche del vescovo Arderico, ma nel contempo si esibiscono citazioni dotte (cfr. tra i tanti il prologo di Egidio alla Vita di Sant’Ugo abate di Cluny, di Rinaldo di Vézelay sempre alla Vita di Ugo, di Rodolfo il Glabro alla Vita dell’abate Guglielmo o, di Sirio, la lettera a Odilone e il Prologo alla Vita di San Maiolo abate di Cluny).

Quando poi a scrivere è una donna, al motivo ricorrente della scarsa cultura, dell’incapacità ad uno stile elegante ed elevato ed alla scarsa levatura morale si aggiunge anche la “fragile femminile pochezza” (cfr. Perpetua, L’incipit al Diario, Duoda, il Prologo al Manuale di educazione del figlio o Rosvita, la lettera che segue la prefazione alle Commedie).

(6) Designava il santo che aveva “confessato”, cioè testimoniato, la sua fede in Dio con la propria vita virtuosa. Con tale accezione il termine sarà usato anche in seguito (n.d.t.)

7) Nel monachesimo benedettino era abbastanza frequente il fenomeno degli oblati, che tendono a scomparire solo con la nascita dell’ordine cistercense.

(8) E’ ripreso qui il tema, già accen­nato alla chiusa del precedente capi­tolo, della santità come abbandono del mondo e distacco dai valori mon­dani. Il santo è colui che trascende il mondo dei comuni mortali; in ciò consiste la sua forza e la sua posizione straordinaria di fronte al mondo ed agli altri uomini.

Si tratta di un’idea di santità e di un modello agiografico tipicamente mo­nastici, come osserva il Leonardi: “Secondo questo modello infatti un atteggiamento qualifica sempre la santità: l’abbandono, la rinuncia al saeculum, al mondo, qualunque si­gnificato reale questo abbandono pos­sa assumere. Non più la rinuncia alla vita, cioè l’accettazione della morte, come nel martire, ma la rinuncia al mondo, la morte nella storia, per avere la vittoria sul mondo e sulla storia” (C. Leonardi, Agiografia, in Lo spazio letterario nel Medioevo, Roma 1993, vol. I, tomo 2, p. 456. Dello stesso autore cfr. anche I mo­delli dell’agiografia latina dall’epoca antica al Medioevo, in II passaggio dal mondo antico al Medio Evo, Roma 1980, pp. 442-447)

(9) Lettera di San Paolo ai Galati 1, 10.

(10) Anche qui siamo di fronte ad una componente essenziale dell’agiografia monastica: la resistenza alle tenta­zioni.

Se la santità consiste nell’abbando­no del mondo, l’eroismo del santo sta tutto nella sua resistenza alle tenta­zioni che il mondo gli porge. In ciò è come il cavaliere, appunto un “com­battente vittorioso” (su quanto tale parallelo tra il monaco-santo e il mondo della cavalleria si radicherà in ambiente monastico cfr. G. Duby e R. Mandrou, Histoire de la civilisation francaise, Paris 1958, trad. it. Storia della civiltà francese, Milano 1979, p. 71).

(11) La santità accostata alla fra­granza di un profumo è senza dubbio un’immagine di origine biblica (si ricordino i sacrifici aromatici dell’ A .T. o le espressioni della Seconda lettera ai Corinzi, 2, 14-16 e di quella agli Efesini, 5, 1-2), ma appaga anche pienamente una componente fonda­mentale della religiosità popolare medievale, che si rivela in grado di influenzare fortemente la letteratura agiografica.

Del resto il destinatario del messag­gio agiografico è sovente il monaco di bassa cultura o il popolo stesso e spesso esso condiziona fortemente l’emittente e il messaggio stesso (sul­le componenti strutturali e infrastrutturali del genere agiografico cfr. J. L. Derouet, Les possibilités dUnterprétation sémiologique des textes hagiographiques, in “Revue historique église France” n. 52 (1976) pp. 153-162 e le interessanti ipotesi di lavoro che ne trae Golinelli in Op. cit., pp. 134-136).

Nell’immaginario popolare medioe­vale e mancata per molto tempo la distinzione tra materiale e spirituale, per cui la santità tende a rappresen­tarsi non solo come uno stato dello spirito, ma anche, ed in modo indi­stinto, del corpo o della materia: ecco perché la santità non può che profu­mare; il termine non è usato in senso esclusivamente metaforico.

Basti al riguardo ricordare la Pas­sione del santo martire milanese Arialdo di Andrea da Strumi per convincersi di ciò. Il corpo di Arialdo dopo essere stato dissepolto e gettato nel lago Maggiore ha ancora fegato e interiora intatte; non solo ma Andrea da Strumi introduce due dita all’in­terno del corpo di Arialdo, attraverso un foro praticato sotto l’ascella e, portandosi poi le dita al naso, sente un “profumo così soave e fragrante” tanto che evita di lavarsele per più giorni (Andrea da Strumi, Passione del santo martire milanese Arialdo, a cura di M. Navoni, Milano 1994, pp. 153-155).

(12) L’eremita, il santo, che ha vinto le tentazioni del mondo ora è pronto a trasformare il mondo stesso, si fa uomo d’azione, fondatore di monasteri, ai quali impone la regola benedettina, dopo aver ammansito i barbari. Siamo di fronte al secondo aspetto della personalità di Bononio di cui s’è detto nella introduzione. La commistione fra spirituale e materiale (di cui alla nota 11) non può concepire la santità solo come estraniazione dal mondo: ci si estrania dalla realtà ma per rigenerarla.

(13) Siamo di fronte ad un altro elemento portante della struttura del testo agiografico: la cristomimesi. Bononio compie il suo primo miracolo e, come Cristo (cfr. Vangelo secondo Matteo, 8, 23 ss.; Vangelo secondo Marco, 4, 35-ss; Vangelo secondo Luca, 8, 22 ss.), supplicato dai compagni di viaggio, placa le acque.

(14) L’espressione è ripresa, citando a memoria com’era solito per lo scrittore medioevale, dalla Vulgata (Prima lettera ai Corinzi 9, 22). La moderna traduzione ufficiale del testo biblico in questione recita invece: “mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (n.d.t.).

(15) Ancora una citazione a memoria (cfr. Ezechiele, 13, 18-20).

(16) Il santo come equilibratore socia­le e fonte di giustizia e di imparzialità risulta essere un tema ricorrente nell’agiografia proprio perché spesso la società medioevale aveva bisogno di punti di riferimento, al di là dei grandi centri di potere (papato ed impero), per quel che concerne l’ordi­ne sociale. Sarebbe lungo, in questa sede, analizzare nei dettagli questo aspetto ed impossibile portare le pro­ve relative. Ma non bisogna dimenti­care che la popolarità di un santo infondeva rispetto e senso di dipen­denza anche nei confronti dell’abba­zia o della cattedrale che ne possede­va le reliquie o ne officiava il culto, facendo in tal modo di tali istituzioni dei veri e propri centri di potere e di controllo.

Basti ricordare al riguardo Vezelay, potente e influente, tanto che Bernardo di Chiaravalle la sceglierà come sede idonea per predicarvi la seconda cro­ciata (1146-1147), che cominciò il suo declino verso la metà del XIII secolo ed immediatamente si scoprirono, presso Saint-Maximin (1279) nuove reliquie della Maddalena; ciò a testi­monianza di come il prestigio e l’in­fluenza di un centro di culto fosse legato al santo-reliquia del luogo.

E’ evidente dunque che l’agiografo cercasse di rendere popolare il santo di cui narrava la vita, a partire dalle esigenze e dalle aspettative di coloro a cui il messaggio agiografico era rivolto, direttamente o indirettamen­te.

(17) Salmo 6, 7.

18) Si riferisce alla battaglia di Capo Colonne avvenuta il 13 luglio 982 tra le forze imperiali di Ottone II, che aveva iniziato l’anno prima la sua campagna contro i Saraceni, e le forze dell’emirato di Palermo che erano sbarcate in Calabria. La battaglia risulto in un primo momento favorevole a Ottone, tanto che lo stesso emiro fu ucciso e le forze saracene messe in fuga, ma, a causa dell’improvviso giungere di rinforzi, si trasformò in una gigantesca disfatta. Ecco forse spiegato il perché il nostro agiografo attribuisce ingenti perdite da ambo le parti.

(19) Vescovo di Vercelli dal 978 circa. Era tra i prigionieri catturati dai saraceni nella battaglia di Capo Colonne e fu, con essi, deportato in Egitto.

(20) Probabilmente con i proventi delle sue fondazioni monastiche di cui al capitolo IV.

Del resto tanta parte dell’agiografia non sembra distinguere tra intervento materiale (pagamento del riscatto appunto) e intervento miracoloso; ancora una volta materiale e spirituale si trovano fusi e confusi. Si ricordi, quale esempio di un simile modo di vedere le cose, il caso di Boemondo di Antiochia, liberato nel 1103 dal carcere turco in seguito al pagamento di 100.000 besanti, che qualche anno dopo compie un pelle­grinaggio a Noblat, per ringraziare san Bernardo di averlo liberato; e i Miracula S. Leonardi, II, 2 (in Aata Sanctorum-, novembre, vol. III, pp. 160-168) confermano questa sua convin­zione. Allo stesso modo Sirio, autore della Vita di San Maiolo abate di Cluny, dopo aver narrato nei dettagli come i monaci si fossero procurati la somma per pagare il riscatto e de­scritto nei particolari il pagamento di esso, commenta tranquillamente: “così, per disposizione della grazia divina, per la prigionia di uno solo molti ottennero la libertà, e come aveva chiesto alla piissima Madre del re del cielo, per intervento della Ver­gine il beato Maiolo ottenne di cele­brare con ì suoi confratelli la solenni­tà dell’Assunzione” (in Maiolo abate di Cluny papa mancato, a cura di G. Spinelli e D. Tuniz, Novara 1994, p. 78).

(21) Si tratta del califfo al’Azi’z, ritratto nella sua probabile residenza campestre o casa dì ricreazione, con giardino, che la civiltà islamica era solita tenere in grande considerazio­ne, quale anticipo delle delizie del Paradiso. Queste bustan, con Janna (giardino), erano edificate non molto lontano dalle città e, nel caso di persone facoltose ed importanti, era­no anche di una certa sontuosità e ricchezza.

(22) Si tratta, come è detto subito dopo, principalmente della moglie di al’Azi’z Maria, di fede cristiana, che probabilmente era stata il tramite attraverso il quale Bononio aveva acquistato una certa influenza a cor­te.

(23) Patta eccezione per un re meno testardo e ostinato, l’agiografo si ispira qui probabilmente al racconto biblico dell’esodo ebraico, in cui Bononio riveste i panni di un novello Mosè. Del resto il parallelo è espressamente operato all’inizio del capitolo che segue.

(24) Qui l’agiografo non è molto chiaro sul motivo per il quale il gruppo viene visto con diffidenza. Probabilmente risultò strana, e, in quanto tale, sospetta, la loro liberazione da parte di al’Azi’z.

(25) Si noti come un fatto che ha tutta l’aria di essere una trattativa diplomatica tra il clero di Costantinopoli ed il potere imperiale, sia presentato, ancora una volta (vedi nota 20), con i toni e le forme di un intervento divino: il clero che viene a conoscenza del fatto “causam Deo monstrante” e il potere imperiale che rifonde il gruppo “misericorditer”.

(26) Questo andare e venire tra Costantinopoli ed il Sinai può appari­re un po’ inverosimile; si sarebbe portati a credere che Bononio fosse rimasto in questa località fin dal suo primo giungerci. Non vi sono però fondate ragioni per credere che qui l’agiografo non abbia riferito il vero quando fa risultare Bononio presente a Costantinopoli. Del resto gli spostamenti, anche se lenti e pieni di insidie e pericoli, non spaventavano poi più di tanto l’uomo del Medioevo. Contrariamente a quanto pensa una certa letteratura che descrive il Me­dioevo con limitati orizzonti geografi­ci: il fenomeno, ampiamente diffuso, del pellegrinaggio è una conferma dell’inesattezza di tale tesi.

(27) Nel latino neotestamentario “segno” ha il senso di ”miracolo”; valga come esempio il versetto 11, capitolo 2, del Vangelo secondo Gio­vanni: “Hoc fecit initium signorum Iesus in Cana Galilaeae…”, che nella traduzione ufficiale è reso: “Cosi Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea…” (n.d.t.)

(28) Del senso di questo termine si è già discusso alla nota 11.

(29) Non siamo in grado di precisare la data di questi eventi. Si sa che Pietro, dopo il periodo di prigionia, è presente a Vercelli dal 990 (cfr. G. Tabacco, voce Bononio, in Op. cìt., p.359) e che muore nel 997. La morte dell’abate lucediense e la nuova no­mina devono cadere nell’ambito di questo periodo.

(30) Si tratta di un ricorrente topos agiografico: non è insolito che il santo non voglia diventare abate e lo diven­ti contro voglia (cfr. come esempio, Sirio, Vita di San Maiolo abate di Cluny, in Op. cit., pp. 59-60; Egidio, Vita di Sant’Ugo abate di Cluny, in Ugo abate di Cluny, a cura di G. Cantarella e D. Tuniz, Novara 1983, p.56).

(31) Come il cavaliere, il santo combatte il male nella figura del demonio stesso, anche se il suo non è un attacco diretto e frontale, ma si tratta piuttosto di una sorta di resistenza passiva ad esso. L’autore preferisce interpretare in senso spirituale gli eventi storici che hanno portato Bononio lontano da Lucedio; l’obiettivo infatti era quello di celebrare la santità dell’abate lucediense, cioè appunto la sua vittoria sul male, la quotidianità degli eventi storici avrebbe banalizzato quella che l’anonimo autore chiama “guerra” del maligno contro il santo. Di fatto si tratta della probabile inimicizia di Arduino di Ivrea nei confronti di un fedele del vescovo Pietro, morto, in seguito ai tumulti provocati appunto da Arduino (che non riconosceva le donazioni dell’imperatrice Adelaide alla chiesa vercellese), nel 997.

(32) Vangelo secondo Matteo 10, 23.

(33) Bononio si rifugia nei domini di Ugo di Toscana, presso il monastero di San Michele di Marturi (Val d’Elsa), che aveva avuto buoni rapporti col vescovo Pietro fin dal 996 (cfr. C. MANARESI, I placiti del “regnum Italiae”, Roma 1957, vol. II, tomo I, pp. 344-ss).

Si noti anche che viene ribadita la sua attività dì riformatore monasti­co, che, come s’è detto, pare essere stata motivo determinante per la sua chiamata nella diocesi di Vercelli.

(34) Ancora una volta la realtà dei fatti storici è volutamente passata sotto silenzio per preferirle l’inter­pretazione spirituale.

Di fatto nel 1001 muore Ugo e gli succede Bonifacio, che invade il mo­nastero di Marturi e non riconferma più i privilegi concessi dal suo prede­cessore. E’ immediatamente dopo tale data che Bononio ritorna a Lucedio per restarvi fino alla morte (1026).

(35) Vangelo secondo Luca 17, 10.

(36) Il nostro anonimo autore ha qui in mente le parole della Prima lettera di Pietro 2,5; ma, giocando sul termi­ne “pietre”, vi aggiunge di suo: “e con quelle materiali”.

La cosa sembra alludere ad un ampliamento degli edifici monastici e/o della chiesa di San Michele di Lucedio avvenuto appunto durante il secondo periodo dell’abbaziato di Bononio. L’espressione “insensibilibus lapidibus” unita a “construendum domicilium Dei” induce proprio a pensare che chi scrive abbia voluto contrapporre l’immagine reale e concreta della pietra da costruzione a quella metaforica del “vivis […] lapidibus” e, pertanto, sottolineare anche una qualche attività di costruzione relativa alla chiesa, di cui lo scrivente poteva benissimo avere memoria.

L’espressione però è troppo generica e, dato il gioco di parole, potrebbe anche essere stata dettata da una semplice esigenza di virtuosismo. Certo, a partire dai passi in cui l’autore si riferisce a precisi fatti storici, dandone una lettura tutta spirituale (vedi note 20 e 25), verrebbe voglia di considerare la frase, pur nella sua genericità, come riferita a fatti ben precisi, di cui però si tacciono i particolari.

Non essendo tuttavia rimasto quasi nulla di San Michele di Lucedio, tale conclusione non può però che porsi in forma ipotetica.

In ogni caso l’espressione indica il duplice motivo per il quale si era chiamato Bononio al cenobio lucediense: la sua capacità di riformare spiritualmente monasteri e la sua abilità operativa nell’organizzarli anche dal punto di vista materiale.

(37) Miracoli e consolidamento della fede cristiana nei fedeli: due ottimi motivi per convincere il papa a dare il proprio assenso alla santificazione di Bononio. Non si dimentichi che, con molta probabilità, è questa la motivazione fondamentale dell’autore della vita di Bononio.

(38) L’elenco dei miracoli non va preso alla lettera: deriva senza dubbio da un modello biblico ed è legato alla cristomimesi che spesso abbiamo visto ispirare la penna del nostro agiografo, e non solo la sua (cfr. Vangelo di Luca 7, 22, che a sua volta riprende Isaia 35, 5, e 13, 32).

(39) Anche se qui sembra che l’inizia­tiva parta dal vescovo, dunque dal­l’alto, è interessante notare come alla causa dì santificazione fosse, almeno formalmente, richiesto l’assenso po­polare (vi erano anche le donne!). Il giudìzio popolare, e la conseguente religiosità che lo determina, non sono ancora qui criminalizzate o ritenute pericolose. Anzi l’immagine che si ha del clero del pieno Medioevo è quella di una gerarchia ecclesiastica abba­stanza attenta alle esigenze popolari (cfr. J. SUMPTION, Pilgrimage. An image of mediaeval religion, 1975, trad. it. Monaci Santuari Pellegrini. La religione nel Medioevo, Roma 1981, pp. 187-ss) e forse anche profonda­mente partecipe di esse. Ciò fa sì che il Santo, per essere tale, dovesse avere dei requisiti particolari e ri­spondenti alle esigenze del popolo, non foss’altro che la garanzia dell’as­sistenza sanitaria.

Pur con alterne vicende, sarà solo con la controriforma che la religiosità e la cultura popolare verranno viste dalle gerarchie ecclesiastiche con so­spetto (cfr. P. CAMPORESI, Cultura popolare e cultura d’elite fra Medioevo ed età moderna, in Storia d’Italia. Annali 4, Torino 1981, pp. 79-157).

(40) Prassi alquanto nuova, che non si consoliderà se non alla fine dell’XI secolo. Prima bastava, su insistenza del clero locale o del popolo, il consen­so episcopale perché la santità venis­se riconosciuta.

(41) Si tratta di Giovanni XIX.

(Questa prima parte è stata pubblicata su «Quaderni del Gruppo archeologico casalese L. Canina», n. 4. 1995, pp. 1- 14)

Introduzione ai miracoli

La seconda parte della Vita et Miracula sancti Bononii abbatis Locediensis che ci accingiamo a proporre, consiste nella narrazione degli eventi miracolosi avvenuti duran­te la vita del santo e dopo la sua morte.

Per quel che concerne la datazione del testo si rimanda alle indicazioni fornite a premessa della Vita (“Quaderni del Gruppo Archeologico L. Canina”, n. 4, pp. 1-9). In questa sede aggiungiamo solo che forse le posizioni divergenti circa la datazione dei Miracula di Schwartz e Hofmeister troverebbero una composizione se si ipotizzasse, almeno per i Miracula sancti Bononii abbatis post eius obitum, una stesura dilazionata nel tempo. Si giustifiche­rebbero così le espressioni sottolineate da Schwartz e le consonanze stilistiche rilevate da Hofmeister (1). In ogni caso una stesura che sia da datare dopo il 1100, come ad inizio secolo aveva ipotizzato Lanzoni, è da escludere (2).

Fatta questa ulteriore premessa circa la datazione del testo, vediamo di accennare a due aspetti dei Miracula che possono forse essere di un certo interesse e curiosità: il raggio di ampiezza che il culto di san Bononio ha avuto (e di conseguenza il peso che, grazie a lui, Lucedio è riuscito ad acquistare come meta di pellegrinaggio) e, a partire dalla tipologia dei miracoli operati, le condizioni di vita e di salute pubblica nella zona dei basso vercellese immediatamente dopo il mille.

E’ noto che l’agiografia, se affrontata con le dovute cautele, può essere un’importante fonte di informazione storica.

Ingredienti dell’agiografia non sono solo i sistemi dogmatici ufficiali e le prospettive dotte, divulgate più o meno fedelmente dall’autore dell’opera agiografica, ma anche le componenti della religiosità popolare, con tutti i loro residui o sopravvivenze pagane più o meno cristianizzate, nonché le finalità socio-politiche di nobiltà e clero di creare aggregazione popolare attorno ad essi servendosi della figura del santo quale catalizzatore. Ma questo non è tutto; spesso l’agiografo, al semplice scopo di rendere la sua opera più vicina al pubblico al quale è destinata (composto anche da monaci illetterati e servi), non disdegna di inserire in essa elementi della vita materiale e quotidiana.

Ciò accade specialmente quando si narrano i miracoli del santo: è questo il momento in cui l’autore deve cercare, di solito, di rendere il più popolare possibile il santo, quindi di legare i miracoli che narra più che può alla sensibilità religiosa del popolo che, nell’alto Medio­evo rasenta a volte il materialismo, senza peraltro trascurare i capisaldi del credo religioso ufficiale.

Il risultato è spesso un ibrido non sempre coerente, che però risulta curioso e stimolante proprio per la sua ecletticità e la sua apertura su diversi orizzonti.

Un esempio significativo di ciò, per quel che concerne il nostro testo, sta nei fatto che più di un miracolo avviene per contatto fisico tra il santo o le sue spoglie e il miracolato o qualche oggetto (3): si tratta di un concezio­ne molto antica, che non presuppone una chiara distin­zione tra lo spirituale ed il materiale, che permeava, ed in parte permea tutt’ora, la religiosità popolare. Altret­tante ripetute volte però l’autore insiste che il miracolo accade “solutis vinculis Domini miseratone tantique confessorii supplicatione” (“Per la misericordia del Signo­re e per l’intercessione di un cosi grande confessore [Bononio]”); quasi a voler prevenire, dopo aver fatto ampie concessioni alla religiosità popolare, la facile convinzione che il potere terapeutico stesse nella materia stessa della reliquia o fosse direttamente posseduto dal santo (4). A quanto pare l’intolleranza era ancora lontana a venire e le concezioni, più eterodosse potevano convivere senza produrre eccessivi scrupoli in chi le proponeva.

Ma riprendiamo il nostro discorso: quale area geogra­fica interessa il culto di Bononio e che intensità e vigore ebbe?

Non abbiamo svolto un’indagine sistematica circa i luoghi attuali in cui è ancora vivo il ricordo del santo, ma san Bononio è tutt’ora venerato a. Pozzengo e a Fontanetto. Luoghi tutto sommato molto vicini a san Michele di Lucedio.

Il testo che qui presentiamo tende invece, anche se resta nel complesso piuttosto vago, a sottolineare, com’è ovvio, una maggior diffusione del culto del santo. Il miracolo numero 9 infatti, avvenuto subito dopo la morte di Bononio, dice chiaramente che “eius sanctitatis fama totam per provintiam circumquaque est diffusa”. Il termine “provintiam” è generico, ma sembrerebbe che la risonanza della santità di Bononio si diffonda rapidamen­te e sia, pertanto, destinata ad allargarsi su un più vasto territorio. In effetti alcuni degli ultimi miracoli fanno pensare che il miracolato non provenga proprio dalle immediate vicinanze del monastero. Il miracolo, purtrop-po incompleto, dell’indemoniata (numero 14) dice espres­samente: “dum ex multis partibus orbis plurimi ad eius sacri corporis tumulum confluerent”. Ora, anche a riuscire a dimostrare che San Michele sì trovasse su una via di pellegrinaggio (com’è probabile), è senza dubbio eccessivo parlare di un culto rivolto direttamente a Bononio di portata mondiale. Il miracolo 17 infatti si accontenta di parlare di una “fama miraculorum longe itaque diffusa”.

Nonostante la loro genericità le espressioni sopra citate devono però avere un certo fondamento. L’adolescente di nome Adamo del miracolo 17 resta, dopo aver riacquistato la salute, presso il convento in segno di ringraziamento: probabilmente proveniva da luogo non così vicino al monastero. Vero è però che la cosa potrebbe voler indicare e sottolineare piuttosto la sua scelta di rimanere al monastero come monaco o tra gli oblati e non tanto la sua permanenza in terra lontana da quella d’origine. Non sembrano esservi dubbi invece per il miracolo 18: il vecchio Eli, appestato, viene a San Michele e San Genuario e, dopo la guarigione, vi resta con la semplice funzione di aiuto dei monaci addetti al servizio della chiesa: ruolo che avrebbe potuto assolvere anche conti­nuando a risiedere presso la sua abitazione, se questa fosse stata ubicata nelle vicinanze del monastero.

Del resto la tomba di Bononio, presentato come il protettore dei deboli, era frequentata anche dalla nobiltà aleramica, come dimostra il miracolo 19 che di lì a poco avrebbe però spostato la sua attenzione sul monastero cistercense di Santa Maria di Lucedio, presso Trino.

La ressa poi di cui al miracolo 14 si parla, in occasione della ricorrenza della nascita del santo, potrebbe addirit­tura far pensare ad una fiera, che forse giustificherebbe l’enfasi dell’espressione: “ex multis partibus orbis”.

Insomma, pur disponendo di indizi nel complesso piuttosto vaghi e non attendibili alla lettera, si può però forse intravedere un diffondersi del culto di Bononio che, a partire dagli anni trenta, acquistò in popolarità, diffusione ed importanza. E’ certo però che San Michele, San Genuano e San Bononio di Lucedio resta fondamen­talmente una meta di pellegrinaggi locali. Meta che perde di importanza parallelamente alla perdita di importanza che l’abbazia benedettina subisce dopo la fondazione di Santa Maria di Lucedio.

Vediamo ora di fare qualche riflessione sulla tipologia dei miracoli elencati.

Nel complesso la casistica è abbastanza in linea con quella che gli elenchi di miracoli medioevali propongono solitamente. A parte i miracoli legati all’ambiente conventuale, che rivelano malattie nel complesso gene­riche (mal di denti, febbre), o che sono legati alla trasgressione della Regola, gli altri (liberazione dalle catene, fecondità, indemoniati) sono piuttosto comuni e ricorrenti.

Ciò che emerge nel complesso è una civiltà contadina, che pratica ancora abbastanza su vasta scala l’allevamen­to del maiale (miracolo 16) e che cuoce il pane con una certa regolarità (miracolo 3). Unico male ricorrente sembra essere una sorta di paralisi agli arti inferiori che impediva una deambulazione normale.

A voler essere precisi Adamo, dei miracolo 17. soffre di malformazione congenita, mentre Eli soffre di peste (anche se non si capisce come faccia a rendergli inutilizzabili i piedi: poteva forse trattarsi di lebbra ?) e solo per il figlio dei mendicante del miracolo 19 è usata l’espressione “paralitico morbo”. Non prestando molta attenzione e credito alle capacità diagnostiche del nostro agiografo, possiamo dire che su 11 miracoli tre comprendono casi in cui la deambulazione normale è impedita da irrigidimen­to o malformazione di arti. Anche se disponiamo di un campione di guarigioni, assai esiguo (su 11 miracoli le guarigioni sono 7) è evidente che questi casi predomina­no: due o tre sul totale (da sin terzo a quasi la metà).

La cosa è pienamente in linea con l’analisi comparata di Golinelli, che confronta una serie di agiografie del­l’area padana, e che conclude nel senso di una netta prevalenza delle “paralisi” (33%) sul totale delle guarigio­ni (5). L’elevata percentuale di tali disturbi è spiegata dallo studioso a partire dall’umidità dell’ambiente padano, paludoso per i frequenti straripamenti del Po e per il suo corso mutevole ed irregolare; ciò ricondurrebbe le suddet­te “paralisi” a “deformazioni artritiche” (6).

L’ambiente paludoso potrebbe poi chiarire anche la febbre “frigoretica”, di cui soffre la madre dell’agiografo, nel senso di febbre malarica (7).

In conclusione, nonostante l’esigua raccolta di guarigio­ni, sembrerebbe possibile intravedere dietro ad esse la realtà e le condizioni sanitarie tipiche delle comunità padane immediatamente dopo l’anno mille. Condizioni alle quali l’agiografo è particolarmente attento se, come già detto, il suo fine era quello di propagandare e rendere popolare la figura di Bononio, che in tal modo non viene solo presentato come il generico protettore dei deboli e di coloro che si ponevano sotto la sua protezione (8), ma anche come guaritore dei mali che affliggevano più comune­mente le comunità locali.

NOTE ALL’INTRODUZIONE

(1) Cfr A. Hofmisister, Op. cit., p. 1023.

Forse l’ipotesi di una stesura dila­zionata nel tempo giustificherebbe anche la completa indipendenza dei due prologhi (alla Vita e ai Miracula) che si ripetono nel riprendere il topos della falsa modestia e quello dello scrivere sotto la richiesta pressante dei confratelli e che si riferiscono in modo esclusivo solo alla parte che introducono. Cosa, questa, che confe­risce scarsa unità al manoscritto.

(2) F. LANZONl, San Petronio nella storia, e nella leggenda, Roma 1907, pp. 258 ss.

(3) Si vedano ad esempio i miracoli 3, 10, 11.

(4) Era da tempo che la chiesa si dibatteva tra posizioni contrastanti., dimostrando di tollerare principi non sempre coerenti tra di loro: se il concilio di Nicea (787) aveva condan­nato l’iconoclastia, Claudio, vescovo ài Torino, che condannò i pellegrinag­gi e fece bruciare tutte le croci della sua diocesi, fu a sua volta condannato per eresia dal sinodo di Parigi dell’825.

(5) P. GOLINELLI, Op. CÌt., p.163.

(6) Ivi. p. 185.

Del resto anche gli scavi compiuti sotto il portico dell’ospedale di San­t’Andrea de Vercelli; hanno messo in luce un livello cimiteriale con reperti ossei che hanno spesso evidenziato tracce di artrosi e patologie artritiche.

(7) Gir. Ivi, p. 149.

Secondo B. Farrington (lavoro intel­lettuale e lavoro manuale nell’antica Grecia, p. 55) anche il mal di denti e la carie dentaria dovrebbero essere ascritte tra le malattie che colpiscono la popolazione medievale “special­mente sulle rive del Po”, E’ il caso del monaco del miracolo numero 10.

(8) Cfi. la chiusa del miracolo 18.

PROLOGO AI MIRACOLI DI SAN BONONIO ABATE E CONFESSORE

Per la grazia dei nostro Redentore, che ci manifesta chiaramente che i suoi fedeli morti al mondo sono vivi con lui e con lui sono validi nei regno celeste, illustri per i molti miracoli ricevuti, ci sembra evidente che ci furono uomini che si applicarono allo studio profondo dell’antico e del nuovo testamento, in concomitanza con le opere e i miracoli dei santi padri eccellenti nella santità, che li spronava al divino amore: di essi si darà notizia ai posteri. Ciascuno di loro, poi, ma non tutti, con lo Spirito santo che soffia dove vuole (1), dimostrano la propria grazia in parte a uno solo e in, parte a tanti, poco, o molto, secondo le capacità delle forse e dell’ingegno.

Perciò, per le fervide preghiere a Dio dei fratelli, che vollero che io scrivessi sia i miracoli di san Bononio mentre era ancora in vita, sia accuratamente quelli avvenuti dopo la sua morte, nonostante mi sentissi osteggiato dai buoni discorsi e dagli esempi dei precedenti scrittori, al quali non voglio per nulla paragonarmi, conoscendo la mia modesta scienza, ma con la più gran­de speranza in Dio, che sa sciogliere la lingua degli infanti (2), alla fine convinto della diuturna preghiera dei confratelli e confidando nelle loro, suppliche e nelle orazioni di un cosi grande confessore elevate a Dio per me, convinto della poca conoscenza rispetto alle molte cose che avrei dovuto sapere, ma consapevole che tutto doveva essere appreso, mi accingo a parlare per la conoscenza degli uomini. Se non facessi nessuna descrizione di questi avvenimenti, e non temessi per timore di nascondere il talento sotto terra (3), ho paura, secondo la parola della Scrittura (4), che è bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio.

Perciò prego con tutte le mie forze i lettori, che non siano increduli di questa opera e non si soffermino troppo sulla ingenuità del linguaggio, ma credano veri i fatti qui riferiti, perché, quello che dico, per la maggior parte l’ho visto di persona, e quello che non ho visto, l’ho udito dalla testimonianza di molti fedeli veritieri (5).

I MIRACOLI DI SAN BONONIO

1. Dopo aver elevato durante la notte inni, e lodi, era abitudine del beato Bononio di rimanere ancora nella chiesa (6); qui supplicava il Signore e dava sfogo alle calde lacrime e alle fervorose preghiere per la santa chiesa di Dio e per tutti i fedeli vivi e defunti, senza designarne i nomi» perché non desiderava i ringraziamenti umani. E proprio in quel tempo, mentre avvenivano queste cose, un certo frate, di nome Liutfredo, molto stimato e di età avanzata, vinto dalla cupidigia, vedendo una bella candela sul candelabro (7), la prese, la spense e la nascose in seno. Proprio nei fare questo, secondo il giudizio nascosto e giusto di Dio, meritò di essere colpito dall’an­gelo (8) . . .

3. Altro .miracolo. Il beato Bononio mentre si trovava in viaggio, con il suo seguito, nell’interesse del monastero (9), fu ricevuto e devotamente ospitato da un certo contadino. Dopo essersi saziati; avvicinandosi la notte, essendoci difficoltà per la piccolezza della casa a dormirci dentro (10), furono preparati i letti all’aperto, ma cadendo la pioggia dal cielo, non poterono usarli. Entrarono quindi in casa e ognuno si sistemò come poteva. Il servo di Cristo Bononio diede riposo alle sue sante membra dove si era soliti fare il pane (11); per questo avvenimento quell’oggetto meritò di essere riguardato e proclamato come un dono degno di venerazione. Quindi, tutte le volte che qui si preparava come al solito il pane sotto la cenere (12), per opera della divina clemenza il più delle volte lo si trovava già fermentato senza lievito, come se si comportasse così in virtù della insigne persona che si era coricato sopra. Vedendo gli uomini di quella casa tali avvenimenti insoliti e inauditi, furono presi da profonda ammirazione, e non misero mai in dubbio che questo accadesse perché vi si era adagiato il beato Bononio (13). Ed egli, finché fu in vita, non nascose sotto terra il denaro ricevuto dal suo Signore (14), ma lo trafficò più che poté per accrescerlo, per cui meritò di essere onorato ed esaltato in cielo e in terra per la mercede ricevuta.

6. Altro miracolo. Tra ì molti che ricordo, e che non credo degno di silenzio, vi è quello che per sua intercessione accadde a mia madre. Essa, essendo piena di brividi che davano molta sofferenza, venne da lui e si raccomandò in tutti i modi alle sue preghiere (15). Il venerabile uomo la ricevette con gentilezza e benignità, e dopo aver promesso dì invocare il Signore per lei, così si espresse: “Vai e non essere più preda della febbre”.. Subito mia madre si sentì meglio e così più ancora in avvenire . . .

Poiché molti miracoli, che aveva operato da vivo, li abbiamo potuti restringere in poche righe, rivolgiamo ora la nostra attenzione a quelli avvenuti, con l’aiuto di Dio, dopo la sua morte.

MIRACOLI DI SAN BONONIO ABATE DOPO LA SUA MORTE

9. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1026, arrivato il tempo di addormentarsi in Dio. con la gioia degli, angeli e il pianto del popolo, il beato Bononio il 30 di agosto raggiunse felicemente Colui che ricompensa tutti i beni e come ottimo atleta conquistò il premio della corsa (16). La sua morte e la fama della sua santità si diffuse per ogni dove nel territorio, come se si fossero mandati degli ambasciatori che ne narravano la vita e i miracoli. Avendo udito, queste cose un certo carcerato stretto da catene di ferro e custodito in prigione con la massima sorveglianza, cominciò a piangere, a percuotersi il petto con i pugni., e innalzò a Dio con tutta la forza del suo affetto questa preghiera: “Se sono veri, o Cristo, i fatti che ho udito del tuo servo Bononio, prego per i suoi meriti e la sua intercessione la tua misericordia verso di me, affinché sia liberato dai tanti dolori di cui sono afflitto, e così sia magnificato il tuo nome e quello dei tuo servo, e questo miracolo dovuto alla potenza della tua destra stupisca tutti, e le cose più stupende, che generalmente non accadono, diventino possibili”. Fatta questa preghie­ra, si trovò libero dalle catene per la misericordia del Signore e per l’intercessione di un. così grande confessore, e senza perder tempo uscì e portò in fretta le catene sulla tomba di quel sacro corpo e ivi le appese (17), dove rimasero per molto tempo: queste cose, assieme alla sua riconoscenza per la grazia di Dio e del santo confessore Bononio, ce le raccontò in tutti i particolari (18).

10. Altro miracolo. Nello stesso anno in cui il santo di Dio Bononio lasciò questa vita per raggiungere l’ineffabile gloria dei cieli, un certo frate, a cui proprio Bononio aveva imposto l’abito della santa regola, fu colpito da un forte dolore ai denti, tanto da non avere alcun riposo né di giorno né di notte per lo spazio di due settimane, e non avendo nessuna pausa al dolore sembrava che si aggiras­se per i percorsi dei cenobio come un pazzo. Una certa notte, dopo la molta sofferenza, preso un po’ di sonno ponendo il capo in grembo all’infermiere, gli apparve san Bononio. L’infermo subito si alzò, nonostante si sentisse nel sogno, e si chinò a baciare i sacri segni in onore di un così grande padre, il quale con venerabilità lo fece alzare prendendolo per il mento e trattandolo amichevolmente (19). A quel contatto subito scomparve il dolore e nello stesso tempo il frate si svegliò dal sonno. Subito quindi concluse con se stesso: “Orinai con la visione e il conforto di san Bononio sono libero dal mal di denti”. Così, ritrovata la salute, rimase nella sua regola di vita per tutto il tempo (20).

11. Ancora un miracolo. Una donna, sposata da giovane, vedendo che non le nascevano né figli né figlie, si trovava, in compagnia del marito, piena di noia e di tristezza. Per liberarsi dalia sterilità del suo utero, dopo essersi sottoposta a molte pratiche illecite (21), che pensava utili, capì di tribolare invano, se non avesse rivolte le sue azioni cattive verso la volontà divina. Ispirata quindi dall’alto verso comportamenti migliori, facendo molte elemosine poveri e perseverando nella preghiera assidua, si rivolse totalmente a Dio, che è il solo e vero soccorso per i miseri. Dopo poco tempo, mentre se ne stava dormendo, vide in sogno che se fosse stata bagnata e avesse bevuto gocce di pioggia che cadevano nella casa in cui era vissuto il beato, sarebbe guarita dal suo male. Subito raccontò al marito quello che aveva visto in sogno. Quindi, arrivato il tempo giusto, si recò con. il marito al monastero del santo padre, e poté avere l’acqua che desiderava, perché sapeva ormai il bene che le avrebbe fatto. Bevuta l’acqua e ritornata a casa, trascorsi pochi giorni concepì e partorì, e per i meriti del beato Bononio, da allora rimase feconda di bambini e bambine (22). . .

14. Altro miracolo. Un certo anno, nel giorno della nascita dei santo Bononio, mentre da tanta parte dei mondo molti si recavano alla tomba del suo sacro corpo (23), e adorando il Signore pregavano, per l’intercessione del beato, di essere benignamente liberati dai mali presenti e futuri, una certa donna tormentata dal demonio (24) . . .

16. Altro miracolo (25). Nella chiesa che ricordiamo si può constatare che sia avvenuto un altro miracolo degno di ammirazione. Vi era un uomo molto crudele, fattore di un certo marchese. L’uomo, sempre disponibile a trar guadagno dalla sua furberia, aveva disposto di andare dalle parti dove si trovava la chiesa dei beato Bononio. Quando gli uomini che abitavano da quelle parti seppero che stava per arrivare quell’individuo, abbandonate le proprie case si recarono alla chiesa ricordata (26) . . . Proprio li vicino vi erano molti porci (27) e, come è loro abitudine, frugando giravano attraverso il cimitero della chiesa e ne toccarono i muri. Perciò furono colpiti da un certo male ai reni, tanto da perdere totalmente la forza, e proprio in quei giorno, eccetto una scrofa, morirono tutti, il fattore, nel sentire che l’animale, che era suo, stava tutto raggrinzito e moribondo, fece un voto al Signore e al santo confessore Bononio, che se la bestia fosse guarita, uno dei primi nati che sarebbero venuti, l’avrebbe dato come compenso in servizio alla chiesa. Fatto il voto, subito la scrofa divenne sana. Alle parole però il villano non credette; senza aspettare, montò subito a cavallo, e per constatare quello che aveva udito, venne a vedere di persona. Viste come stavano le cose, toccato dal timore e dall’amore divino, entrò in chiesa. Fece voto al Signore e a san Bononio che non avrebbe fatto alcun male a quelli che abitavano presso la chiesa e che avrebbe smesso d’ora in avanti dalla sua malvagità. Da questo si capisce chiaramente quanta grazia e benevolenza abbia il beato Bononio presso il Signore onnipotente, che lo custodì da ogni malvagità umana, che non permise che i sacri luoghi venissero sporcati dai porci, che venissero alleviate le ferite degli uomini e che quelli che vivevano sotto la sua protezione godessero di maggiore sicurezza e protezione.

17. Altro miracolo. Diffusasi per ogni dove la fama di tanti miracoli, fu portato nel luogo un certo adolescente di nome Adamo, pieno di speranza di essere liberato dalla propria infermità per i meriti del santissimo confessore. Il ragazzo era infermo fin dalla nascita, e avendo i calcagni uniti alle natiche, non poteva camminare con le piante dei piedi, ma aiutandosi con il palmo della mano riusciva in qualche modo a spostarsi. Per tre giorni e tre notti in continuazione giacque vicino alla base dell’altare del ricordato e da ricordare benefico confessore (23), chiedendo il suo aiuto, e così meritò di ottenere per l’intercessione del beato quanto chiedeva al Signore. Lui, nell’ora della sua guarigione, ritornato il vigore della sanità, si trovò investito di un così grande calore, che si liberò del vestito che aveva e rimase nudo. Era tempo d’inverno (29). Riacquistata la salute, rimase nella chiesa e presso di noi fino ai giorno d’oggi, rendendo grazie ai suo guaritore e a Dio.

18. Altro miracolo. Circa io stesso tempo, un certo malato di nome Eli, avanti negli anni, colpito dal male misera­bile ed instancabile della crudele peste (30), venne nei luogo. Non potendo usare entrambe i piedi, era solito camminare inginocchiandosi per terra e aiutandosi coi palmi delle mani. Avvicinatosi al sepolcro del sacro corpo del confessore che soccorreva i malati, ne implorò l’aiuto, e subito si ritrovò la grazia della salute. Rimasto nel luogo, egli rende lodi a Dio e a san Bononio per la sua guarigione, e nello stesso tempo devotamente, per quanto può, aiuta gli addetti al servizio della chiesa.

19. Altro miracolo. Un certo giorno una marchesa di nome Waza (31), moglie del marchese Guglielmo, accom­pagnata dai suo seguito, venne a pregare nella chiesa, dove giace sepolto il corpo del beato. Mentre assisteva, lei con il suo seguito e molti altri, alla messa che aveva fatto celebrare all’altare, un pover’uomo che portava sulle spalle il figlio, che aveva il piede e la mano sinistra colpiti da paralisi, si avvicinò alla marchesa e le chiese soccorso per sé e per il figlio. Essa, non toccata per niente dalla pietà, non solo non gli diede nulla, ma rimproverandolo arrabbiata per il suo modo di comportarsi, perché se ne andasse, gli disse: ”Non possiedo tanta abbondanza per me e per quelli che mi. chiedono soccorso. Sarebbe meglio per te chiedere l’intercessione dei santo confessore e implorare la misericordia dei Signore, che renda la salute a tuo figlio; infatti il Signore non vuole far tesoro della sua bontà (32), ma desidera che si compia quanto detto nel salmo: “A te si abbandona il misero, del fanciullo tu sei il sostegno (33)”. Quell’uomo, udito ciò, subito si mise all’opera. Tolse il figlio dalle spalle e lo depose prostrato vicino al tumulo del sacro corpo, poi in ginocchio e dicendo preghiere si mise a chiedere l’elemosina qua e là per la chiesa. Intanto, mentre non c’era il padre, i preziosi meriti dell’almo confessore fecero strada alla bontà del sommo Dio per il fanciullo. E a colui che si negava l’elemosina mentre era seduto, zoppo, alla porta del tempio, viene donata, più cara dell’oro e dell’argento, la salute delle membra (34). Visto questo miracolo scoppiò un grande applauso di gioia a lode e gloria del Creatore e del suo confessore. La fama di questo prodigio, portata sulle ali del vento, raggiunse la pietà dei fedeli, che vollero sentire [di persona] il padre dei bambino, per sapere come si erano svolte le cose. Anche la citata marchesa non disdegnò di far sapere a tutti la realtà dei fatti. In questa maniera Dio onnipotente, che agisce sempre nel migliore dei modi, volle che fosse conosciuto nel mondo questo miracolo, affinché il suo servo fosse più venerato e conosciuto, e perché, secondo la scrittura (35), ci sono segni anche per i non credenti, affinché lascino la loro infedeltà e sperino nei doni del Signore, a cui è lode e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Oltre alle opere citate, sono possibili fonte di informazione su Bononio e l’abbazia di San Genuario anche: Benedetto C., S, Bononio abate di Lucedio. Stadio storico ai tempi di Arduino d’Ivrea (946-1026), Asti 2934. Cerutti A., Un codice del monastero cistercense di Lucedio, in ”Archivio Storico italiano”, VIII, 1881, pp. 388-389 DlONlSOTTI C., II monastero di S. Genuario, in Illustrazioni storico-corografiche della regione subalpina, Torino 1898. FALCE A., Il marchese Ugo di Tuscia, Firenze 1921, pp. 97-99, 134-146, 182-240; KURZE W., Die “Grundung” des Klosters Maturi im Elsatal, in Quellen und Forsch, aus italien. Arch. und Bibl., 49, 1969, pp. 239-272. Schwartz G., Die Falschungen des Abies Guido Grandi, in “Neues Archiv”, XI, 1915, pp. 185-215, 228-233.

NOTE ALLA TRADUZIONE

(1) Cfr. Vangelo secondo Giovanni 3,8.

(2) Cfr. Sapienza 10,21.

(3) Cfr’. Vangelo secondo Matteo 25,20.

(4) Cfr. Tobia, 12,7.

(5) Il prologo, nonostante la sua strut­tura non sempre lineare (specie nella prima parte), riprende l’impianto del prologo alla Vita: topos della falsa modestia, ma necessità di narrare sia a lode di Dio e della fede, sia per la pressante richiesta dei confratelli. I buoni motivi determinano l’autore a scrivere, ma sempre “in Deo spei maximae qui linguas infantiurn facit.

(6) Il rimanere ancora in, chiesa, oltre l’orario dell’ufficio notturno, avrebbe potuto essere anche uno specifico do­vere di controllo e supervisione del­l’abate, durante l’espletamento del quale Bononio profittava per innalza­re a Dio la sua preghiera personale. Diverse Consuetudines (regolamenti interni ai monasteri che integravano la Regola di san Benedetto), fra le quali quella cluniacense, prevedeva­no infatti che l’abate, o chi per esso, dopo l’uffizio della sera e/o della notte si fermasse in chiesa a controllare che nessun monaco si fosse addormentato in coro. Forse era proprio un colpo di sonno che aveva indotto Liutfredo a trattenersi in chiesa.

(7) La cera era tutt’altro che un bene trascurabile nel Medioevo. Ma non basta, era convinzione corrente che le candele o l’olio che ardevano presso le tombe dei santi (San Michele di Lucedio conservava già all’epoca il corpo di San Genuario) avessero le stesse proprietà miracolose delle reli­quie, tanto che i pellegrini non di rado erano soliti ingerirli (Cfr. Gregorio Di Tours, In gloria confessorum, X, p. 754).

(8) Ancora un’immagine presa a pre­stito dalle Sacre Scritture (2 Samuele 24,16: “quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distrug­gerla, il Signore…”)

(9) Questa espressione è già stata presa in considerazione alla nota 10 della prima parte del presente lavoro (“Quaderni del gruppo archeologico

casalese L. Canina”, n. 4, p. 3).

(10) Si tratta di una tipica abitazione rurale povera (cfr. ROSNER, Bauern im Mittelalter, trad. it., I contadini nel Medioevo, Bari 1989, pp. 83-108, in particolare p. 99); di modeste dimensioni, probabilmente con fuoco al centro e priva di edifici complementari che avrebbero potuto dare riparo agli ospiti durante la notte.

(11) Poco si conosce circa l’arredo delle abitazioni medioevali, specie nel caso delle case contadine. E’ probabile che, vista la povertà della casa in questione, l’arredo tendesse all’essenziale (tavola e panche, queste ultime ,c spesso, ricoperte da un pagliericcio, fungevano anche da letto: cfr. ROSNER, Op. cit., p. 100 ss.).

Il termine “vasculum” indica probabilmente un qualcosa che sta tra la suppellettile e il mobile: forse un ampio piano da impasto presumibilmente concavo.

(12) La povertà della casa è ulteriormente attestata dal sistema di cottura del pane, posto direttamente tra la cenere e la brace del fuoco. Il termine “subcineritius”, usato dall’autore, pub però anche essere dettato da una sua reminescenza biblica. Nella Vulgata infatti compare tre volte (1 Re 19,6; Ezechiele 4,12 e Osea 7,8) in contesti diversi, ma sempre indicanti un sistema di cottura a diretto contatto con la fonte di calore. Ciò però non esclude l’attendibilità dell’informazione qui fornitaci circa le tecniche di prepara­zione del cibo in uso al tempo nelle nostre zone presso il ceto contadine.

(13) Siamo qui di fronte ad un’ampia concessione nei confronti delia religiosità popolare, come detto nella premessa. Il “vasculum” per impasta­re il pane, entrando in contatto col. corpo del santo, assume proprietà miracolose, partecipa della santità che è trasmessa appunto per contatto. La religiosità popolare dava infatti enorme importanza ai brandea, cioè a quegli oggetti che venivano a contat­to più o meno diretto con le reliquie e che erano a loro volta ritenuti oggetti di venerazione (vedi anche nota 7).

Esistevano addirittura ricette per fabbricare i brandea (cfr. Gregorio Di Tours, In gloria Martyrum, XXVII, pp. 503-504).

(14) Cfr. Vangelo secondo Matteo 25, 18-25.

(15) Dai contesto si direbbe che la madre dell’autore vivesse presso il monastero o nelle immediate vici­nanze di esso. Ciò potrebbe significa­re che l’autore dei Miracula è dei basso vercellese e, più precisamente, delle campagne attorno a San Miche­le e San Genuario di Lucedio. Non è chiaro però se il miracolo sia avvenu­to quando il figlio era già membro effettivo dei cenobio diretto da Bonomie o se l’autore stia addirittura narrando eventi appresi in un secon­do momento dalla madre. L’uso di “venit” sembrerebbe avvallare la pri­ma ipotesi.

Potrebbe perciò darsi il caso che la donna si trovasse presso il convento proprio in virtù della presenza in esso del figlio. L’uso di far vivere presso il monastero madri e sorelle, magari a loro volta monache, non era insolito, almeno in certe parti d’Europa, e un espresso divieto in tal senso non verrà che nel 1080 per volontà di Papa Gregorio VII, che proibirà i così detti “monasteri doppi”, particolarmente diffusi nella regione iberica con liturgia mozarabica.

Riguardo alla malattia di cui soffre la donna si tratta probabilmente di malaria, come già accennato nella premessa.

(16) Cfr. 1 Corinzi. 9, 24, che recita: ”non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista i premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!”

(17) Si tratta di un miracolo abba­stanza diffuso nella letteratura agiografica: la liberazione dalle cate­ne e dalla prigionia. Si noti che l’autore non sente l’esigenza di chia­rire il perché il miracolato sì trovasse in carcere. Diverse sono le ragioni di ciò: il santo libera dalle sofferenze e la carcerazione era comunque una dura pena; la protezione del santo è assimilata alla protezione feudale che è data in modo assolutamente vinco­lante a chiunque dimostra, fedeltà e, nel nostro caso, devozione (era questa protezione, efficace e sicura, che l’au­tore voleva evidenziare); il precario stato delle strutture di potere dell’al­to Medioevo poi faceva sì che la reclusione fosse più il frutto dì rap­porti di forza e di alleanze, che non la diretta conseguenza di un’ordinata e coerente amministrazione della giu­stizia.

II fatto poi di portare le catene presso la tomba del santo liberatore è un uso tipico dei cosiddetti pellegri­naggi penitenziali; in molti santuari medievali erano presenti catene e ceppi a memoria di avvenute libera­zioni. L’uso, come sottolinea J. Sumption, Op. cit., pp. 126-142, si trasformerà più tardi in un vero e proprio provvedimento giudiziario: si incatenati, determinati santuari ad espiazione delle proprie colpe, coi vantaggio di allontanare dal gruppo individui socialmente pericolosi e di evitare spiacevoli faide che avrebbero turbato l’ordine pubblico. Era inevitabile che le catene dell’espiante rimanessero presso il santuario che, non di rado, rilasciava veri e proprii attestati dì avvenuta espiazione.

Tanto per fare qualche esempio: San Leonardo di Noblat, presso Limoge, era addirittura specializzato nella liberazione dalle catene; ma anche sul portale di Conques catene e ceppi sono raffigurati appesi sotto archi dell’edificio conventuale, nonostante santa Fede fosse particolarmente dedita alle guarigioni delle malattie degli occhi.

Nel caso del nostro carcerato però si tratta ancora di un gesto spontaneo di ringraziamento.

(18) Il miracolato racconta all’agiografo non tanto dei fatti, quanto piuttosto la sua interpretazione devota della avvenuta liberazione. Abbiamo già ricordato (“Quaderni del gruppo archeologico casalese L. Canina”, nota 20, pp. 8-3) casi come quelli di Boemondo di Antiochia e di Maiolo, che, nonostante l’avvenuto pagamento del riscatto, attribuiscono per fede la loro liberazione ad intercessione. Con molta probabilità ci troviamo qui di fronte ad un caso analogo.

(19) Si noti che gii avvenimenti sognati sono posti dal narratore sullo stesso piano degli accadimenti reali, tanto che anche in questo caso il miracolo avviene per contatto fisico tra la mano dei santo e la parte dolorante (mento) del frate. La mancanza di una chiara distinzione tra il materiale e lo spirituale, di cui s’è già discusso, è alla base della mancanza dì distinzione tra accadimenti reali e fenomeno onirico: ciò che si fa e si sente nel sogno, in quanto percepito a livello di rappresentazione al pari delle percezioni reali, assume lo stesso valore della realtà, tanto da influire, al pari di un evento reale, su di essa e/o da costituire un elemento determinante di scelte che poi si operano nel concreto (è il caso del miracolo 11).

Una prova dell’esistenza radicata di una simile mentalità è data non solo dalla diffusissima pratica dell’incubatio, che consisteva nel restare diversi giorni e diverse notti presso le tombe dei santi proprio per ottenere segni e grazie che potevano (complice la suggestione) verificarsi anche durante il riposo (cfr. P. Maraval, Les pelerinages en Orient du I au VII siecle, in J, Chelini e H. Branthomme, Les chemins de Dieu, Parigi 1982, pp. 74-76), ma anche il tentativo, da parte della cultura dotta del tempo, di estirpare una simile convinzione, specie quando il fenome­no onirico portava alla coscienza non tanto santi e Madonne, bensì sopravvivenze della cultura pagana. Significativo al riguardo è il Penitenziale di Burcardo di Worms, composto tra il 1008 e il 1012, là dove si legge: “il demonio è certamente capace di assumere sembianze uma­ne, tanto da far balenare in sogno alia mente del suo prigioniero felicità e sciagura o, addirittura, persone sco­nosciute: in tal modo induce l’anima all’errore. Certo, la psicologia dell’uo­mo ne soffre, e il suo animo pervertito si convince che possono realmente accadere quei sogni che non ritiene pure e semplici fantasie. E a chi di noi non è mai capitato in sogno di trasfor­marsi, a tal punto da concepire realtà mai vedute da sveglio? Ma chi, dei resto, è tanto sprovveduto e sciocco da ritenere realizzabili nella realtà tut­te le fantasie che provengono dalia nostra immaginazione ?” (Burcardo Di Worms, Decretum, trad. it., A pane e acqua, a cura di G. Picasso, G. Piana e G. Motta, Novara 1386, pp. 86-87). Se era necessario avvertire della por­tata illusoria e fantastica del sogno è evidente che gli “sciocchi” e gli “sprov­veduti” non erano pochi, al punto che quando il sogno assumeva contenuti legati alla religione cristiana si pre­feriva, come nel caso del nostro agiografo contemporaneo di Burcardo, dare ampio credito ad esso.

(20) E1 questo uno dei passi a partire dai quali Schartz conclude per una stesura dei Miracula diversi anni dopo la morte di Bononio.

(21) Anche nella nostra zona, come in altre, erano diffuse fra il popolo pratiche magiche probabilmente di origine celtica o pagana, sopravvissute alla cristianizzazione, specie in relazione alla fertilità ed alla procreazione.

E ancora Burcardo che mette in guardia contro queste “usanze” là dove chiede al penitente: “Hai osservato quelle usanze pagane che di padre in figlio sono giunte fino ai nostri giorni con la complicità dei demonio ?” (BURCARDG DI Worms, Op. cit., p. 82).

(22) Altro passo sui quale Schwartz fonda la sua datazione del testo: l’autore, quando scrive, ha già visto morire il monaco col mal di denti, entrato in convento sotto l’abbaziato di Bononio, e ha constatato che ìa fertilità della donna le ha portato diverse gravidanze. Dunque i miracoli sono stati narrati a distanza di tempo dal momento in cui sono avvenuti.

(23) Come già accennato nella premessa, si è portati a pensare ad una festa solenne, probabilmente con tanto di fiera, tenuta regolarmente in occasione della ricorrenza della nascita di Bononio.

(24) La guarigione di posseduti dai demonio è un topos agiografico molto diffuso e la si spiega sia a partire dalla stretta commistione che nella mentalità medioevale esisteva tra peccato e malattia, sia in considerazione del fatto che l’agiografia è solita attribuire ai santi comportamenti cristomimetici: la guarigione degli indemoniati è un genere di miracolo che nei Vangeli è abbastanza ricorrente.

(25) la questo miracolo Bononio rav­vede un malvagio fattore, di un non ben definito marchese, da poco giunto nella zona di San Michele. Lo stato frammentario del testo non ci per­mette di comprendere a pieno i motivi della rivalità instauratasi tra il fatto­re da una parte e gli abitanti e il convento dall’altra (sempre che la paura degli abitanti nei confronti del fattore abbia un fondamento reale). In ogni caso i maiali che sconfinano nel cimitero dell’abbazia non sono senz’altro la causa reale dell’attrito, che è preesistente al fatto.

(26) E’ qui confermata l’autorevolezza e il potere di cui San Genuario godeva nel territorio. Il nostro agiografo, a cui premeva senz’altro incrementare tale ruolo della sua abbazia, non trascura di sottolineare ripetutamente la funzione protettiva che il monaste­ro era in grado di fornire ai contadini del luogo.

(27) L’allevamento del maiale era assai diffuso nell’alto Medioevo e anche dopo. Si trattava infatti di un animale che, nelle stagioni calde, si adattava a pascolare nel sottobosco per poi venire macellato ed essiccato o affumicato prima dell’inverno, come si può evincere da non pochi calendari dei lavori agricoli.

Con il sempre maggior diffondersi della coltivazione dei campi però l’al­levamento del maiale poteva dare degli inconvenienti: vi era il rischio che, se non sorvegliato a dovere, danneggiasse le colture. L’Editto di Rotori (al capo CCCXLVIIII) si preoc­cupa di tutelare i “terreni altrui” dai devastanti animali, ma, vista l’im­portanza del maiale quale fonte ali­mentare, cerca di evitare che la san­zione impoverisca il patrimonio zootecnico.

L’allevamento del maiale, anche se non scomparirà mai completamente nella nostra zona, declinerà dappri­ma con la ripresa agricola e poi con l’inizio delle colture specialistiche. Tanto per fare qualche esempio: già il Capitolare di Villis, della fine dell’ VIII secolo, si preoccupa unicamente di tassare il pascolo dei maiali nei bo­schi di pertinenza signorile; mentre il nucleo più antico degli Statuti di Camino (anteriore al 1286) nel tute­lare la coltivazione della vite non parla più di danni provocati ai vigneti dai maiali, ma usa la generica espres­sione “qualche animale” o (nel corpo del 1289) più semplicemente “anima­li” (G. SERRAFERO, Camino medioeva­le. Il feudo, il comune, gli statuti, Villanova 1988, p. 53 e 75). Il maiale nella nostra zona era ormai divenuto un animale da cortile, di cui si alle­vavano pochi esemplari. Siamo ben lontani dal branco di maiali che, dopo il mille, profanava il cimitero di San Michele di Lucedio.

(28) Altro esempio, di cui s’è già parlato alla nota 18, dell’uso di per­manere giorno e notte presso le reli­quie in attesa di qualche segno.

(29) Il miracolo nella sensibilità altomedievale che fatica a distin­guere tra materiale e spirituale non può non avere anche effetti di tipo fisico, in questo caso si tratta di un forte calore, tanto da non sopportare più gli abiti anche se si era in inver­no.

(30) Il termine “pestis” non è proba­bilmente da intendersi alla lettera. Vista l’atrofia e l’inabilità degli arti inferiori si potrebbe pausare alla leb­bra, che il nostro agiografo indiche­rebbe con il termine peste per defini­re un generico morbo pestilenziale, Del resto la lebbra era abbastanza diffusa in questo periodo in tutta

(31) Si tratta della moglie di Guglielmo I di Monferrato, in questo periodo forse già vedova del marito (la morte di Guglielmo I è segnalata nel 1042, ma risale probabilmente al 1031).

La marchesa Waza non pare essere molto gradita al nostro agiografo, che la descrive come impietosa ed insen­sibile, nonostante compia formalmente un pellegrinaggio, con tanto di seguito come la nobiltà era solita fare, a San Michele.

La cosa a prima vista risulta strana, in quanto la marchesa conferiva, con la sua presenza all’abbazia, lustro e risonanza al culto di san Bononio. Il motivo di questa più o meno velata antipatia è forse da ricercare, più che in una reale scontrosità di Waza nei confronti dei poveri e dei sofferenti (come invece crede F. Gabotto, Gli Aleramici fino alla, metà del secolo XII, in “Rivista di Storia, Arte, Archeologia per la provincia di Alessandria”, 1919, fasc. IX, serie III, p.20), nel fatto che il ramo degli Aleramici discendenti da Oddone, di cui Guglielmo I è appunto il primogenito, con i figli di Arduino d’Ivrea e Olderico Manfredi di Torino, era avverso all’imperatore Enrico II, che invece era appoggiato dal vescovo di Vercelli e dai due figli di Anselmo di Aleramo, fratello del padre di Guglielmo (cfr. R M.ERLONE, Gli Aleramici fra il X e l’XI secolo; prospettive di una recente indagine prosopografica, in “Studi Piemontesi”, 1982, vol. XI, fasc. 1, p,67). Data la vicinanza del monastero di Lucedio al vescovo vercellese, è chiara la freddezza con la quale Waza è qui considerata.

(32) Cfr. ad esempio Tobia 4,7 ss.; Vangelo secondo Matteo 6,19 s. (testo della Vulgata)

(33) Salmo 9 (10), 35.

(34) Cfr Atti 3,2 ss.

(35) Cfr. 1 Corinzi 14, 22.

(Questa seconda parte è stata pubblicata su «Quaderni del Gruppo archeologico casalese L. Canina», n. 5. 1996, pp. 17-28)

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