Percorso bibliografico sul Risorgimento italiano

gennaio 12, 1991

«Le arti figurative – così Federico Zeri, dalle pagine della Storia d’Italia, Einaudi, scrive del genere paesaggistico nell’arte figurativa italiana della prima metà dell’800 – risentono della musica e, sulla scia dei libretti e delle scene in costume, si moltiplicano i dipinti che esplorano i fatti della storia italiana, del Medioevo comunale, delle Repubbliche mercantili, di episodi anticipatori dello spirito d’indipendenza». Ma Zeri ci avverte anche che «la revisione in chiave storica finisce col precipitare nell’esaltazione retorica: spingendo troppo all’indietro l’esame del passato, Roma, con i suoi 7 colli e l’impero, avrebbe contribuito a trasformare il nazionalismo razionale, che sostiene il Risorgimento, nel nazionalismo a sfondo irrazionale che avrebbe poi contagiato anche l’Italia, facendola passare dal campo degli oppressi appena liberati a quello degli oppressori della libertà altrui»1. Gran parte dell’iconografia del Risorgimento italiano «precipita nell’esaltazione retorica»; testimonia cioè, più che il periodo storico in sé, l’ottica interessata e strumentalizzante con la quale si leggono o si sono letti i fatti e gli uomini di un determinato momento storico, unitamente alle politiche che simili strumentalizzazioni hanno concorso a produrre e/o giustificare. Forse è proprio in questa prospettiva che molta parte del materiale raccolto dalla mostra va vista: busti e ritratti che, anche se non sempre, immortalano i Padri della Patria in atteggiamento di imperturbabile certezza circa il loro ruolo di artefici di giustizia nei confronti di un popolo romanticamente inteso; battaglie e milizie che esprimono, non tanto la cruenza del combattimento, quanto piuttosto l’eroismo e la magnificenza di cavallo e cavaliere; soldati consci del loro mandato storico, ma anche pronti all’occorrenza a redarguire bonariamente, insegnando così le regole del nuovo Stato italiano, le giovani generazioni che per indigenza praticano contrabbando e mercato nero; regnanti in abbigliamento rinascimentale e, massima testimonianza di quella «esaltazione retorica» del passato di cui si è detto, la intrasportabile all’interno della mostra, statua equestre di Carlo Alberto, sita in piazza Mazzini nella nostra città. Esistono però altre immagini, altre chiavi di lettura del Risorgimento italiano e/o di alcuni aspetti o componenti di esso. La storiografia è riuscita, col tempo, ad andare oltre l’involucro retorico nel quale il Risorgimento era stato impacchettato, portando alla luce la sua natura complessa, articolata e dialettica. Quelli che qui di seguito si vogliono richiamare alla mente, senza peraltro nessuna pretesa di completezza, sono alcuni momenti ed aspetti di quella storiografia che ha saputo e voluto andare oltre un’immagine retorica del Risorgimento, immagine che dava dei moti nazionalistici e delle guerre d’indipendenza una versione monolitica, spesso più funzionale alla politica italiana di fine secolo che non alla chiarezza della comprensione storica. Al riguardo sono significativi alcuni frettolosi giudizi di Labriola, non tanto sul Risorgimento in sé, quanto piuttosto su alcuni artefici di esso. Parlando degli anni ’60 Labriola dice: «A quel tempo il liberalismo e il patriottismo stavano ancora sotto la costellazione dei Garibaldi e dei Mazzini, e non volean dir tradimento del popolo, e sfacciato esercizio di politica borghese»2. Mazzini è per Labriola «un rivoluzionario di indubbia lealtà e di singolare acume»3. Ciò detto anche se il socialismo mazziniano reta un «semisocialismo moderato e corporativo»4, in quanto incapace di recepire il materialismo storico dei «due tedeschi di grande ingegno», e tenacemente legato alla «idealistica formula di patria e dio»5. Certo Labriola avvicina Mazzini nella ferma convinzione che l’ottica del materialismo storico sia la più consona all’approccio della problematica sociale: il limite di Mazzini è quello di non aver compreso tale ottica e di aver percorso la vecchia strada dell’idealismo.

Ma ciò che qui ci preme notare è che il Mazzini di Labriola, sia pur con i suoi limiti idealistici, è un Mazzini che considera la questione sociale come prioritaria rispetto a quella dell’Unità nazionale, anzi quest’ultima ha senso e significato storico solo in funzione della prima. Forse è questo il «nazionalismo razionale» di cui parla Zeri; in ogni caso siamo lontani da un’immagine retorica e stereotipa di Mazzini e del Risorgimento.
Più tardi a Gobetti queste connotazioni «semisocialiste» del mazzinianesimo sembreranno ben poca cosa. Dirà nel ’24: «Quando Mazzini parla del problema sociale come di un problema di educazione delle facoltà umane, egli è in una posizione reazionaria»6. Due anni dopo Gobetti tornerà a riflettere sul Risorgimento in genere, constatandone il fragile liberalismo, l’assenza di ogni solida impostazione sociale, la cultura misticheggiante e retorica, che spianerà la strada al fascismo. Conscio della sua opera di demistificazione, Gobetti, nella prefazione a Risorgimento senza eroi, dirà: «l’esposizione non piacerà ai fanatici della storia fatta: essi mi attribuiranno un umore bisbetico per rimproverarmi lacune arbitrarie. Ma io non volevo parlare del Risorgimento che essi volgarizzano dalle loro cattedre di apologia stipendiata del mito ufficiale. Il mio è il Risorgimento degli eretici, non dei professionisti»7. Le posizioni antiretoriche e demistificanti di Gobetti non passeranno inosservate né per risonanze negative8, né per risonanze positive.
Anche Gramsci, dal carcere, tra il ’29 e il ’35 medita il periodo risorgimentale; anche per lui, come per Gobetti, il Risorgimento non è affatto un fenomeno monolitico e compatto, bensì articolato e complesso, tanto che il problema centrale per comprendere questo momento della nostra storia diviene «il problema della connessione tra le varie correnti politiche del Risorgimento, cioè dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con i gruppi sociali omogenei o subordinati esistenti nelle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale»9. In tale prospettiva «bisogna tener conto che, mentre Cavour era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura) in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e di quello di Cavour; se, invece, Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (se cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stato diverso, più favorevole al mazzinianesimo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costruito su basi meno arretrate e più moderne»10. Tale egemonia cavouriana e la debolezza dei mazziniani, anche dei più sensibili al problema sociale, porterà Gramsci a leggere il Risorgimento italiano come «rivoluzione passiva»: i moderati, forti non solo del genio politico del Cavour, ma anche di un blocco tra borghesia e agrari, hanno saputo eludere la rivoluzione agraria. Di contro i mazziniani non sono riusciti, per la loro impostazione troppo idealistica, a coinvolgere nella lotta i contadini. Ma Gramsci non si limita a fare della «rivoluzione passiva» e della mancata rivoluzione agraria un semplice risultato di forze politiche in gioco. Vi erano profonde ragioni sociali e culturali che dividevano la «città» (Nord), non sempre industrializzata, e la «campagna» (Sud), a sua volta culturalmente e politicamente varia a seconda delle zone del Paese11. Insomma il quadro delle forze in gioco si complica e si articola non solo sul piano delle posizioni politiche. Ciò permette di sottolineare che se è vero che i «giacobini» italiani non sono in grado di guidare la massa contadina nella rivoluzione agraria, è anche vero che questa massa ha spontaneamente prodotto moti di sommossa in tal senso, anche se puntualmente repressi. E Gramsci conclude dicendo: «Questo aspetto della spedizione dei Mille non è mai stato studiato ed analizzato»12.
Più che l’esattezza o la fondatezza delle tesi gramsciane qui richiamate, è proprio quest’ultima riflessione che ci preme sottolineare: Gramsci coscientemente intende aprire nuove prospettive di ricerca, a vari livelli e in diverse direzioni, al di là della retorica e dell’apologia, intorno ad un periodo delicato della nostra storia. Le riflessioni gramsciane sul Risorgimento, profonde e con un chiaro spessore e taglio storico, anche se frammentarie e a livello di ipotesi di lavoro, saranno diffuse e rese note, grazie all’interessamento di Togliatti, dall’editore Einaudi nell’immediato dopoguerra. Forse non è un caso che, proprio a partire dalla fine degli anni ’40, si abbia una vera esplosione di ricerche e lavori miranti a mettere in luce quegli aspetti del Risorgimento italiano che Gramsci aveva indicato e che erano stati i più trascurati dalla storiografia apologetica legata alla componente risorgimentale moderata. Sul giacobinismo si aprirà una vera disputa, che avrà come effetto l’allargamento e l’approfondimento del problema. Dai lavori di Galante Garrone su Babeuf e Buonarroti e sulla loro influenza sui rivoluzionari della prima metà dell’80013, agli studi di Saitta14 che, raccogliendo le riflessioni del primo, unitamente alla tesi di una origine pisana del comunismo di Buonarroti, espressi da Cantimori nel suo Utopisti e riformatori italiani del ’43, sottolinea «l’errore di quanti hanno voluto riportare le origini del Risorgimento italiano alle riforme settecentesche (…). Il Risorgimento fu un fatto rivoluzionario e, in quanto tale, non è possibile staccarlo dalla Rivoluzione francese»15. Queste conclusioni, alle quali Saitta era già pervenuto nel ’50 in un’opera sulla vita e sul pensiero di Buonarroti, erano già state approvate da Cantimori per il quale è un fatto assodato l’importanza di Buonarroti per la «tradizione propriamente democratica del nostro Risorgimento»16.
Certo non tutti condividono le conclusioni di Saitta; Venturi ad esempio è molto più cauto e dissente: il movimento giacobino con il Direttorio viveva il suo periodo di spegnimento, di conversione in movimento settario-massonico che tende a «conservare […] le formule rivoluzionarie, fissandole in simboli, dove gli iniziati riconoscono la primitiva ispirazione»17. Come potevano simili idee da «iniziati» costituire il seme originario del Risorgimento italiano? Giacobini e giacobinismo italiani restano un «episodio della storia delle idee che avvince la nostra attenzione. Ma che sarà interrotto e chiuso dall’impossibilità in cui si trovarono questi uomini di trovare un piano comune d’azione»18. Attenzione dunque a non sopravvalutare il giacobinismo e la sua influenza al di fuori della Francia. A tale conclusione giunge anche nel ’64 Furio Diaz19. Ancora una volta non ci preme stabilire quale sia la visione più corretta ed equilibrata, quanto piuttosto capire come l’immagine di un Risorgimento, intrinsecamente dialettico e polivalente, vada facendosi strada a scapito di quella storiografia apologetica e retorica. Il problema del giacobinismo italiano forse non trova una soluzione, ma certo si allarga e funziona da stimolo di ricerca.
Si può ricordare a tale proposito il lavoro di De Felice20 che, dal ’56 al ’63, ritorna ripetute volte sul problema, individuando anche un «evangelismo giacobino» italiano nella figura dell’Abate Claudio Della Valle21.
Anche il rapporto Chiesa cattolica e Risorgimento sarà ripensato, forse proprio sull’onda della ricerca di componenti contrastanti, ma tutte parimenti interagenti, del movimento risorgimentale. Già dal ’42 Passerin D’Entrèves indagava sul Cattolicesimo liberale durante il periodo della restaurazione22, mentre Jemolo studiava i rapporti fra Chiesa e Stato in particolare dopo l’unità23.
Anche il repubblicanesimo mazziniano, a partire dalle più o meno consistenti infiltrazioni giacobine, sarà ridisegnato in modo più articolato e complesso. Primo spunto in tale direzione il volume di Rosselli su Pisacane24, edito nel ’32, ma ancor più il saggio I democratici e la rivoluzione italiana del Della Peruta, che individuò tra il 1849 e il 1851 (caduta della Repubblica Romana e colpo di Stato in Francia di Luigi Napoleone) il diffondersi di una fiducia rivoluzionaria che coinvolge i vari Ferrari, Montanelli, De Cristofori, Maestri, ecc., fino al punto di contrapporsi drasticamente a Mazzini sulla questione di una rivoluzione di classe: «Mazzini arretrava insomma davanti all’approfondimento del problema rivoluzionario alla luce della più recente esperienza italiana ed europea, e per di più, sostenendo la priorità assoluta dell’azione sulla discussione, tendeva a soffocare in germe quella discussione sulle linee di sviluppo della rivoluzione italiana e sui programmi rivoluzionari che da più parti era invece sollecita ta dall’interno dello schieramento democratico»25. Quanto il labrioliano «semisocialismo» di Mazzini sia qui messo a fuoco con nitidezza, tanto da fare emergere, pei contrasto, posizioni altrettanto nitide nel loro contrapporsi in senso socialista al corpo centrale del repubblicanesimo della sinistra liberale, è inutile dire. Era inevitabile, come già aveva indicato Gramsci, che queste indagini ne richiamassero altre miranti a verificare l’incisività e la rispondenza che simili posizioni politiche, giacobinismo, liberalismo cattolico, socialismo d’origine mazziniana, avevano presso le masse: dalla ricerca sul piano politico-ideologico si passa a quella sul piano sociale ed economico.
Si può ricordare a tale proposito, il lavoro di Quazza sulla lotta sociale nel Risorgimento, del ’51, in cui è detto all’inizio della prefazione: «esigenza critica ormai indiscutibile, la revisione della storia del Risorgimento italiano alla luce delle lotte sociali e dei contrasti tra le classi non ha perlopiù superato lo stadio di una espressione generica o di una affermazione polemica. Manca a tutt’oggi un’opera solida e meditata sui problemi sociali del nostro ottocento e dei primi decenni di questo secolo, da cui scaturisca una visione adeguata dei rapporti tra classi sociali e classi politiche»26. Vanno in tale direzione i lavori di Romano27, Romeo28, Caracciolo29, Manacorda30, e di altri31.
Era quasi impossibile in questa prospettiva ignorare la questione gramsciana della mancata rivoluzione agraria, anzi, a causa delle critiche del Romeo alla tesi di Gramsci, essa diviene addirittura centrale, invogliando indirettamente gli storici a considerare con più attenzione gli aspetti economici32 del Risorgimento33. Forse merita soffermarsi un attimo sulle critiche del Romeo, per avere un’idea un po’ più chiara delle dimensioni e della portata del dibattito.
Fin dalla conclusione a II Risorgimento in Sicilia, del ’50, Romeo aveva scritto: «Certo, non è in tutto accettabile la tesi del Gramsci e il genere della storiografia di sinistra, che (rifacendosi alla nota critica del Marx a Mazzini) ha visto nella mancanza di una rivoluzione agraria che integrasse la rivoluzione politica della borghesia il limite fondamentale del Risorgimento. Nelle regioni del nord e del centro, infatti, caduta ormai la vecchia proprietà feudale – contro la quale si era realizzata in Francia l’alleanza fra borghesia rivoluzionaria e masse rurali – l’auspicata insurrezione contadina avrebbe colpito soprattutto quella borghesia terriera che, in un paese di così scarso sviluppo industriale come l’Italia, era in concreto la sola forza che valesse ad aprir la strada verso un moderno assetto capitalistico»34. In due saggi successivi, usciti sulla rivista «Nord-Sud», Rosario Romeo tornava sulla questione, puntualizzandola ulteriormente35. Siamo a quella che è stata definita la tesi dell’«accumulazione primitiva del capitale» nell’Italia unita36: la «mancata rivolta agraria» di Gramsci non solo mancò storicamente, ma non era neppure possibile se vista in un’ottica che vada oltre quella dell’unità nazionale, e che consideri anche lo sviluppo economico-capitalistico del Paese. Forse non è esagerato dire che ci troviamo qui di fronte a uno dei terreni di maggior scontro tra la storiografia liberale sul Risorgimento e quella marxista. Si comprende quale motivazione di fondo abbiano i lavori, citati in nota, che, a partire dagli anni ’60, appunteranno la loro attenzione sulla storia economica dell’Italia della prima metà dell’ottocento. Non è un caso che ancora nel ’77 Zangheri dedichi nel suo Agricoltura e contadini nella storia d’Italia un intero capìtolo alla questione. Capitolo nel quale fa notare che per Gramsci l’esclusione delle masse contadine dal movimento unitario è dovuta non soltanto all’«assenza di una rivoluzione agraria» […, ma] anche per complessi motivi d’ordine culturale e religioso»37. Romeo è troppo rigido e schematico nel leggere le considerazioni gramsciane sulla mancata rivoluzione agraria. «In realtà – ancora Zangheri – la lunga disamina che il Romeo ha fatto delle idee gramsciane sul Risorgimento, ha un’origine. Quel che a lui preme, è dimostrare la razionalità dello svolgimento unitario e, per conseguenza, l’attuale validità dei suoi effetti. In questa confusione del presente col passato sta il limite generale delle sue critiche»38.
È abbastanza ovvio che le simpatie di Zangheri vadano alle tesi gramsciane, ma non è qui il luogo e il caso neppure per tentare una verifica circa la validità o meno delle varie posizioni. Zangheri vede in Romeo il tentativo di razionalizzare, in vista della giustificazione del presente, i meccanismi storici che hanno costituito la dinamica del Risorgimento. Può essere una pesante accusa, ma ciò che qui ci preme notare è che in alcun modo Zangheri accenna nei confronti di Romeo a manovre retoriche ed apologetiche, miranti a falsare ed a nascondere parzialmente la realtà risorgimentale. Romeo cerca di «razionalizzare» il Risorgimento, di capire ciò che è stato, ciò che non è stato e che non poteva essere, ciò che non poteva produrre: forse in questo è l’apologeta e l’ideologo del presente, non quello del Risorgimento; forse in questa sua «razionalizzazione» sottovaluta alcune componenti e forze in campo che non sempre sono state sconfitte da una ratio storica, ma la sua analisi non pare andare nella direzione di una retorica delle componenti vincenti del Risorgimento, attraverso la quale queste diventino fondamento assoluto di esso e gloria nazionale al tempo stesso. Posizione questa, del Romeo e della storiografia che maggiormente era stata responsabile di tanta retorica risorgimentale, che pare confermata anche dal lavoro più recente dello studioso: Cavour e il suo tempo 39. I quattro volumi sono il frutto di accurate ricerche sulla formazione culturale dello statista nell’ambito della storia e della società piemontese del tempo. La tradizionale chiave di lettura politico-diplomatica per penetrare la figura di Cavour è chiaramente accantonata, anche se si esclude l’ipotesi gramsciana di un «superamento» da parte cavouriana delle altre posizioni politiche risorgimentali, preferendo presentare la cosa in termini di «confronto», anche se «duro», sui problemi sociali e di rinnovamento. Permane forse in Romeo un modello «razionalizzato» del Risorgimento, che tende a vedere la componente moderata di esso come quella che storicamente è risultata la più rispondente alle condizioni dell’Italia del tempo. Quello della prima metà dell’800 è, così Romeo, il «mondo della restaurazione, ancora percorso dai conflitti ereditati dalla rivoluzione e dall’impero, [che] giunge fino alla piena maturazione dell’età dei movimenti nazionali e della rivoluzione industriale. Su questo sfondo nasce e si misura con la realtà il liberalismo nazionale e moderato del Conte di Cavour, politicamente garantito dai ceti terrieri ma tendente ad assicurare l’avvento della nuova civiltà della produzione e del lavoro senza convulsioni rivoluzionarie» 41. In un simile contesto non hanno più senso le tesi di Mack Smith 42 circa la reale consistenza di una alternativa democratica all’unificazione: Cavour non più come «un opportunista ed un pragmatico» 43, bensì come uomo attento al proprio tempo, che sa costruire il suo pensiero partendo da esso e sa confrontare continuamente le sue scelte politiche con la realtà.
Può essere curioso a questo punto, al di là dei dibattiti e della divergenza dei giudizi, notare che anche Gramsci aveva, indirettamente, parlato di realismo, certo con sfumature e valenze diverse dal Romeo (forse più in sintonia col giudizio di Mack Smith), nei confronti di Cavour 44.
Ciò che però qui ci preme maggiormente ribadire è che anche la storiografia liberale sul Risorgimento, pur mantenendo autonomia di giudizio, ha definitivamente abbandonato ogni forma di retorica celebrativa, che oscurava gran parte del panorama risorgimentale falsando così uomini e fatti che poneva in luce. Si vuole insomma, per usare le parole del Romeo, sostituire «alle indiscriminate esaltazioni di un tempo» e alle «demolizioni facili e incontrollate (…) una considerazione più distaccata»45. Si può discutere, come abbiamo visto fare Zangheri, sulla riuscita o meno dell’operazione, non però sulla positività dei buoni propositi.
Simili atteggiamenti non possono che premere nel senso di una espansione della ricerca storica nelle più disparate direzioni.
Dal ’60 infatti la storiografia ha cercato ogni possibile scorcio sul Risorgimento italiano: dallo studio dei rapporti tra Stato e società civile, alle analisi concernenti le strutture burocratiche ed istituzionali ed al loro interagire con la politica e/o la realtà sociale del tempo46.
Particolare rilievo ha poi avuto il dibattito sulla questione dell’accentramento e del decentramento, anche in connessione col varo, tra il ’63 ed il ’77, delle leggi relative al sistema regionale47.

NOTE

1. F. ZERI, La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, in Storia d’Italia, vol. VI, p. 105, Einaudi, Torino 1986 (12).
Analogo giudizio sembra esprimere Bollati nella sua analisi dei documenti fotografici relativi al Risorgimento italiano: assenza di documentazione riguardante l’azione viva e diretta delle battaglie e delle barricate, di contro a «insistite rovine storiche o da combattimento recente» e a ritratti che sono chiare «effigi apologetiche» (G. BOLLATI, La fedeltà incostante, in Storia d’Italia, cit., Annali 2, tomo I, p. 26).
2. A. LABRIOLA, L’indipendenza della Polonia, in «Critica sociale», 1896, ora in Scritti politici e filosofici, Einaudi, Torino 1976 (2), vol. II, p. 866.
3. A. LABRIOLA, Discorrendo di socialismo e di filosofia, 1897, ora in Scritti politici e filosofici, cit., vol. II, p. 683. E ancora: «Mazzini tutto che alieno dalla dottrina di Carlo Marx, e avverso ai tentativi dell’Internazionale, presago del nuovo movimento che sarebbe succeduto alla rivoluzione liberale del 1789, già da anni annunciava che la missione storica della nuova Italia e della nuova Germania fosse quella di risolvere la questione sociale» (A. LABRIOLA, Lettera alla redazione del sozial-demokrat, in «Sozialdemokrat», 1890, ora in Scritti politici e filosofici, cit., vol. I, p. 116).
4. A. LABRIOLA, Lettera a Baccarini, in «Il risveglio», 1890, ora in Scritti politici e filosofici, cit., vol. I, p.108.
5. A. LABRIOLA, Discorrendo di socialismo e di filosofia, cit., vol. II, p. 693.
6. P. GOBETTI, La rivoluzione liberale. Saggio sulla politica italiana, (I ed. Cappelli, Bologna 1924), Einaudi, Torino 1950, p. 147.
7. P. GOBETTI, Risorgimento senza eroi. Studi sul pensiero piemontese nel Risorgimento (I ed. Baretti, Torino 1926), Einaudi, Torino 1976, p. 3.
8. La posizione gobettiana sarà criticata da Omodeo, seriamente preoccupato di scindere Risorgimento e fascismo, in una recensione a caldo del ’26: A. OMODEO, Risorgimento senza eroi, ora in A. OMODEO, Difesa del Risorgimento, Einaudi, Torino 1951.
9. A. GRAMSCI, Quaderno X, in Il Risorgimento, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 93.
10. A. GRAMSCI, Quaderno II, in Note sul Machiavelli, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 98.
11. Si veda in tal senso ancora il Quaderno X, in Il Risorgimento, cit., pp. 124-136.
12. A. GRAMSCI, Quaderno X, in II Risorgimento, cit., p. 134.
13. A. GALANTE GARRONE, Babeuf e Buonarroti, Einaudi, Torino 1948, e Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800: 1828-1837, Einaudi, Torino 1951.
14. A. SAITTA, Filippo Buonarroti. Contributi alla storia della sua vita e del suo pensiero, 2 voll., Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1950-51, e Il Robespìerismo di F. Buonarroti e le premesse dell’unità d’Italia, in «Belfagor», 1955, pp. 258-270.
15. A. SAITTA, Il Robespìerismo di F. Buonarroti e le premesse dell’unità d’Italia, cit., pp. 268-269. Si veda anche la conclusione gramsciana di p. 270.
16. D. CANTIMORI, Il «Buonarroti» di Saitta, in «Rivista storica italiana», anno LXII, fase. IV, ESI, Napoli 1950, ora in Studi di storia, Einaudi, Torino 1959.
17. F. VENTURI, La circolazione delle idee, relazione al XXXII Congresso di storia del Risorgimento (Firenze 1953), in «Rassegna storica del Risorgimento», 1954, nn. 11/111, p. 213.
18. F. VENTURI, La circolazione delle idee, cit., p. 222.
19. F. DIAZ, La questione del giacobinismo italiano, in «Critica storica», 1964, n. 5, pp. 577-602.
20. R. DE FELICE, Giacobini italiani, in «Società», 1956, n. 5, e Italia giacobina, ESI, Napoli 1963, che raccoglie suoi articoli, ad eccezione del I capitolo composto per l’occasione, apparsi a partire dal ’55 su «Rivista storica», «Rassegna storica del Risorgimento», «Archivio della Pietà» e «Movimento operaio».
21. Si tratta del IV capitolo di Italia giacobina, cit., pp. 169-287.
22. E. PASSERIN D’ENTRÈVI’S, Per una storia religiosa del Risorgimento, in «La nuova Italia», 1942, nn. 9-10, e in «Rassegna storica del Risorgimento» del 1954, nn. 1/2, I precedenti della formula cavouriana «Libera Chiesa in libero Stato»; nonché L’ultima battaglia politica di Cavour. I problemi dell’unificazione italiana, ILTE, Torino 1956.
23. A. C. JEMOLO, Chiesa e Stato negli ultimi cento anni, Einaudi, Torino 1948. Da segnalare inoltre i lavori di G. SPADOLINI, Cattolicesimo e Risorgimento, in AA.VV., Questioni di storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia, Marzorati, Milano 1951, e, dello stesso autore, L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Le Monnier, Firenze 1954; nonché G. CANDELORO, Il movimento cattolico in Italia, ed Rinascita, Roma 1955, che cerca di interpretare la divisione tra cattolici liberali e cattolici reazionari in termini di dialettica di classe (borghesia e borghesia agraria i primi, forze sociali feudali i secondi), e AA.VV. Atti dell’XI Convegno storico toscano, in «Rassegna storica toscana» 1958, nn. 3/4, con relazioni di E. Artom, A.C. Jemolo, G. Verucci, E. Passerin D’Entrèves, G. Spadolini, R. Aubert, A. Simon, H. Lutz.
24. N. ROSSELLI, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano (I ed., Bocca, Torino 1932), Ledei, Milano 1958 (2). Ma Rosselli aveva già dal ’27 iniziato ad indagare su questo Risorgimento un po’ clandestino e sotterraneo, pur nella convinzione di una sua sterilità, con il suo Mazzini e Bakounine: dodici anni di movimento operaio in Italia, Bocca, Torino 1927, ora edito da Einaudi.
25. F. DELLA PERUTA, I democratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti ideali e contrasti politici all’indomani del 1848, Feltrinelli, Milano 1958, p. 15.
26. G. QUAZZA, La lotta sociale nel Risorgimento. Classi e governi dalla restaurazione all’unità 1816-1861, SEI, Torino 1951, p. 9.
27. S. F. ROMANO, Momenti del Risorgimento in Sicilia, D’Anna, Firenze 1952.
28. R. ROMEO, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, Bari 1950.
29. A. CARACCIOLO, Il movimento contadino ne! Lazio (1870-1922), Ed. Rinascita, Roma 1956.
30. G. MANACORDA, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi (1853-1892), Ed. Rinascita, Roma 1953.
31. P. ALATRI, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della destra (1866-1874), Einaudi, Torino 1954, che, con il testo di Romeo e quello di Romano completa, studiando il periodo del dopo unità, l’analisi delle insurrezioni siciliane. Studi in questa direzione, che sembrano destare un certo interesse ancora negli anni ’70, sono anche quelli di R. ZANGHERI, Agricoltura e contadini nella storia d’Italia, Einaudi, Torino 1977, e R. VILLARI, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Laterza, Bari 1961.
32. Interesse per l’aspetto economico del periodo risorgimentale era già stato dimostrato nel ’31 da Morandi, con un’analisi sistematica dell’industria italiana: R. MORANDI, Storia della grande industria in Italia (I ed., Laterza, Bari 1931), Einaudi, Torino 1966.
33. Ad esempio: A. VILLARI, L’economia degli stati italiani dal 1815 al 1848, in AA.VV., Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia, 1, Marzorati, Milano 1976, e, nello stesso volume, D. DEMARCO, L’economia e la finanza degli stati italiani dal 1848 al 1860. Molto si è lavorato anche a livello di storia regionale: M. ROMANI, L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859. Strutture, organizzazione sociale e tecnica. Vita e Pensiero, Milano 1957; G. MORI, L’economia del Gran Ducato di Toscana dalla restaurazione all’unità d’Italia, Nencini, Poggibonsi 1961; dello stesso autore, L’industria del ferro in Toscana dalla restaurazione alla fine del Gran Ducato (1815-1859), ILTE, Torino 1966; V. CASTRONOVO, L’industria laniera in Piemonte nei secolo XIX, ILTE, Torino 1964; A. QUAZZA, L’industria laniera e cotoniera in Piemonte dal 1831 al 1861, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Torino 1961 ; L. CAFAGNA, Il Nord nella storia d’Italia. Antologia politica dell’Italia industriale, Laterza, Bari 1962; M. BARENGO, L’agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all’unità, Banca Commerciale Italiana, Milano 1963; P. VILLANI, La vendita dei beni dello Stato nel Regno di Napoli (1806-1815), Banca Commerciale Italiana, Milano 1964; L. DAL PANE, La finanza toscana dagli inizi del secolo XVIII alla caduta del Gran Ducato, Banca Commerciale Italiana, Milano 1965; L. BULFERETTI e C. COSTANTINI, Industria e commercio in Liguria nell’età del Risorgimento (1700-1861), Banca Commerciale Italiana, Milano 1966; L. BULFERETTI, R. LURAGHI, Agricoltura, industria e commercio in Piemonte dal 1790 al 1848, 2 voll., Comitato torinese dell’Istituto per la Storia sul Risorgimento, Torino 1966; R. ZANGHERI, La proprietà terriera e le origini del Risorgimento nel bolognese, Zanichelli, Bologna 1961; P.L. SPAGGINI, Economia e finanza negli Stati Parmensi (1814-1859), Istituto editoriale Cisalpino, Milano-Varese 1961; C. PONI, Gli aratri e l’economia agraria dal XVII al XIX secolo, Zanichelli, Bologna 1963.
34. R. ROMEO, Il Risorgimento in Sicilia, cit., pp. 347-348.
35. R. ROMEO, La storiografia marxista nel secondo dopoguerra, e Lo sviluppo del capitalismo in Italia dal 1861 al 1887, in «Nord-Sud», rispettivamente: agosto/settembre 1954 e luglio/agosto 1959, ora in R. ROMEO, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1972.
36. In questi termini ne parla A. GERSCHENKRON, Rosario Romeo e l’accumulazione primitiva del capitale, in «Rivista storica italiana» anno LXXI, 1959, pp. 557-586.
37. R. ZANGHERI, Agricoltura e contadini nella storia d’Italia, cit., p. 131.
38. Ivi, p. 146. Di fatto anche ad alcuni storici dell’economia la soluzione di Romeo è parsa un po’ troppo semplificatrice. Già A. GERSCHENKRON, Il problema storico dell’arretratezza economica, Einaudi, Torino 1965, considera le incidenze della politica fiscale e finanziaria e delle banche miste sull’industrializzazione. Del resto gli studi sulle realtà economiche locali, di cui si è detto alla nota 33, hanno dimostrato che il processo di accumulazione originaria non è stato così univoco e monolitico, ma vario e polimorfo, sia per la natura specifica delle varie realtà economiche locali, sia per i tempi di attuazione. Tanto che Deverpe alla domanda: «C’è davvero stato, come sosteneva R. Romeo, un aumento della produzione agricola dal 1861 al 1880?» risponde «probabilmente no, o non in quantità sufficiente. Ci si dovrà appoggiare, allora, sull’aumento della rendita e dei redditi monetari trasferibili? Ma il trasferimento, se di trasferimento è il caso di parlare, è limitato e poco efficace, dato che la crescita delle industrie di base resta assai debole; anzi, la parte dell’industria nel prodotto interno lordo diminuisce addirittura, dal 1861 al 1881, nonostante la punta ciclica del 1873» (A. DEWERTE, Verso l’Italia industriale, in AA.VV., Storia dell’economia italiana, Einaudi, Torino 1991, vol. IlI, p. 16).
39. R. ROMEO, Cavour e il suo tempo, 4 voll., Laterza, Bari 1969-1984, di cui l’autore stesso ha curato, nell’84, un’edizione ridotta, dal titolo Vita di Cavour, sempre presso la Laterza.
40. R. ROMEO, prefazione a Vita di Cavour, cit., p. VI.
41. Ivi, p. VI, corsivo nostro.
42. Le opere di D. MACK SMITH Cavour and Garibaldi, 1860, A study in politicai conflit, Cambridge University Press, Cambridge 1954, e Italy. A modem history, the University of Michigan Press, Ann Arbor, 1959, comparvero in traduzione italiana tra il ’58 ed il ’59 rispettivamente con i titoli di Garibaldi e Cavour nel 1860 (Einaudi, Torino 1958) e Storia d’Italia dal 1861 al 1958 (Laterza, Bari 1959). Confronti e valutazioni dell’autore sulle più significative figure del Risorgimento italiano compaiono anche in: Garibaldi. A great life in brief, KNOBF, New York 1956 (trad. it. Garibaldi. Una grande vita in breve, Lerici, Milano 1959, n.e. Laterza, Bari 1970).
43. D. MACK SMITH, Da Cavour a Mussolini, Bonanno, Catania 1968, pp. 23-29.
44. Si veda la citazione di cui alla nota 10.
45. R. ROMEO, prefazione a Vita dì Cavour, cit., p. VII.
46. Si possono segnalare al riguardo, fra i tanti, i lavori di: A. CARACCIOLO, Stato e società civile. Problemi dell’unificazione italiana, Einaudi, Torino 1960; G. MARANINI, Storia del potere in Italia (1848-1967), Vallecchi, Firenze 1967; G. GHISALBERTI, Appunti per una storia costituzionale dell’Italia liberale, in «Rassegna storica del Risorgimento» 1971, ottobre-dicembre, a cui è seguito, dello stesso autore e sullo stesso argomento, Storia costituzionale d’Italia 1849-1948, Laterza, Roma-Bari 1974, e, per il periodo precedente, Dall’antico regime al 1848, Laterza, Roma-Bari 1974; nonché, sul problema della codificazione, La codificazione del diritto in Italia, Laterza, Roma-Bari 1985; S. CASSESE, La formazione dello Stato amministrativo, Giuffrè, Milano 1974; I. ZANNI ROSIELLO, Gli apparati statali dall’unità al fascismo, Il Mulino, Bologna 1976; E. RAGIONIERI, Politica e amministrazione nello stato unitario, in «Studi storici», 1960, n. 3, ora, assieme ad altri saggi e ricerche dello stesso autore, in Politica e amministrazione nella storia d’Italia unita, Laterza, Bari 1967; G. GALASSO, Poteri e istituzioni in Italia, Einaudi, Torino 1974; AA.VV., Austria e province italiane 1815-1818. Potere centrale e amministrazione locale, a cura di F. Valsecchi e A. Wandruszka, Il Mulino, Bologna 1981; M. MERIGGI, Amministrazione e classi sociali nel Lombardo Veneto (1814-1848), Il Mulino, Bologna 1983. 47. Si possono segnalare in particolare: R. RUFFILLI, La questione regionale (1862-1942), Giuffrè, Milano 1971; E. ROTELLI, L’alternativa delle autonomie. Istituzioni locali e tendenze politiche dell’Italia moderna, Feltrinelli, Milano 1978; E. ROTELLI – F. TRANIELLO, Il problema delle autonomie come problema storiografico, in AA.VV., Regioni e Stato dalla Resistenza alla Costituzione, Il Mulino, Bologna 1975.

Apparso su Il Risorgimento nelle opere del Museo Civico di Casale Monferrato, a cura di Giorgio Massola, Casale 1991.

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